Vegan? No: antispecista.

Articolo pubblicato su Facebook il 30 ottobre 2015 nelle “note” (ora non più visibili)

Premetto che sono molti i dubbi e molte le incertezze: in quasi sessant’anni di permanenza su questo pianeta ho combinato un mare di cazzate, come tanti.

La vita spesso ti mette di fronte a un bivio e altrettanto spesso deragli.

 

Ma come dice un tizio, non innamorarsi per la paura di soffrire sarebbe come non vivere per la paura di morire.

 

Sono determinato a non commettere più fesserie, ma non si può mai sapere.

 

TUTTAVIA di una cosa sono certissimo. La mia scelta antispecista, che risale a quasi una quindicina di anni fa, è sempre viva. Non ha mai avuto alti e bassi, tranne all’inizio. Come per tanti, quando ancora rinunziare a quel pezzo di parmigiano era una sofferenza.

 

Ma la scelta era forte. Ed era una scelta determinata da fattori squisitamente etici. E, dopo le prime incertezze, si è incanalata in uno stile di vita al quale non rinuncerei per nulla al mondo, né oggi, né in futuro.

 

Stile di vita, sia chiaro, che non riguarda solo l’alimentazione, ma un miliardo di altre azioni quotidiane che voglio che siano in perfetta sintonia con l’antispecismo.

 

Ciò detto, sono fortemente preoccupato, poiché il sistema sta tentando (e forse ci riuscirà) di turlupinare anche i vegani, confinandoli nella riserva di “persone che mangiano diverso”, oppure nella riserva dei “malati alimentari”, alla stessa stregua di come lo stesso sistema sta considerando i celiaci (con tutto il rispetto! I celiaci che leggono questa nota non me ne vogliano: ho un considerevole numero di amici affetti da celiachia e conosco bene i disagi. A loro va il mio più affettuoso riconoscimento tenendo presente che le cause del loro stato sono da ricercarsi nel sistema, sì nel sistema!

 

Avete capito bene.

 

Ma questa è un’altra storia che non voglio approfondire ora, sennò confermerei ancora una volta il soprannome che detesto di più: “il Dottor Divago”).

 

Torniamo all’argomento della nota, cercando di spiegare meglio.

 

Ci avete fatto caso? Da qualche tempo è esplosa la “moda” vegan. Ci sono ristoranti vegan in giro per il mondo dove se non hai una carta di credito color oro ti guardano storto, dove la raffinatezza è un dovere e dove tutto (a mio modesto avviso) risulta artefatto. Isole di plastica fatte apposta per persone che vogliono giocare a fare gli alternativi, cadendo nella spirale del “conformismo dell’anticonformismo”. Dove si servono pietanze ultraspeziate, le stesse che troviamo nei supermercati vegan dove per un “affettato vegan” puoi prenderti una colica epatica (a me successe nel lontano 2009). D’accordo, d’accordo: l’affettato non era “uno”, ma molti di più, ma il pepe che assunsi quella volta mi guardo bene dall’aggiungerlo alla mia attuale alimentazione, ancora salutisticamente difettosa, ma sicuramente meno dannosa.


I supermercati vegan? Ma per carità! Ma la gente lo sa che i negozi di frutta e verdura esistono da molto tempo? La gente lo sa che insistere nello scegliere prodotti inseriti nel packaging industriale è comunque non solo dannoso alla salute e al portafoglio, ma soprattutto alla causa che dovrebbe essere direzionata verso una reale alternativa al sistema?
Ci avete fatto caso? Non ci sono più bar dove ti guardano storto se preferisci un cappuccino di soia. E dappertutto leggi cartelli con su scritto “cornetti per vegani”, che si vendono a pochi centesimi anche nei discount di terza categoria. Sorvolo sulla margarina di quart’ordine e sulle altre sostanze che compongono quei generatori di diabete alimentare contrabbandato come “sano”. E sorvolo pure sull’olio di palma, presente in quantità industriali OVUNQUE e perciò anche in alimenti cosiddetti “alternativi”… Sono questioni queste che vanno affrontate in maniera approfondita in altre occasioni.


Ci avete fatto caso? La parola “vegano” non suscita più curiosità. A meno che non si viva in luoghi dove non arrivi il cosiddetto “progresso”, CHIUNQUE oggi conosce il significato di quel termine.


Ma chi sono, oggi, i vegan? Soggetti modaioli dell’ultima ora, che una sera mangiano cinese e la sera dopo vegan, oppure persone che comprendono il profondo significato della parola antispecista?

 

E il sistema, secondo voi, chi turlupinerà?

 

Ve lo dico io con due semplici parole: tutti e due. La prima delle due categorie (quella “modaiola”) è voluta dal sistema, per “normalizzare” una situazione che staVA sfuggendogli di mano.

 

E per favore, non commentate dicendo che COMUNQUE in questo modo si salvano vite di esseri senzienti! Non è mangiando veg-burger che si contribuisce alla salvezza del pianeta e dei suoi abitanti, animali umani compresi.

 

Ecco perché ormai sono arrivato a detestare l’etichetta “vegano”. Non mi considero più vegano, ma con orgoglio affermo con rinnovato vigore che l’unica scelta possibile è quella antispecista. Con onestà. Con umiltà. E sono disposto ad approfondire con chiunque voglia.

 

MA non accetto polemiche sterili, ‘che alla mia età sono un po’ stufo.

 

Grazie per aver letto fino a qui.

 

Lidio Maresca (30 ottobre 2015 – Facebook)