UNA MINACCIA

Prepariamoci: stiamo per sostenere che tutto è politico (aggettivo maschile).

Politica (sostantivo femminile): insieme storico delle riflessioni individuali e poi collettive operate e messe in campo in vista di dispositivi funzionali, etici e in ogni senso ecosostenibili da adottare insieme per il fondamentale obiettivo di trovare le forme di organizzazione sociale migliori per tutti e per ciascuno e per ciascun tipo di Polis costruita all’uopo e come approdo di quelle stesse riflessioni e giammai come punto di partenza.

La Politica è una cosa bella, nobile, seria, irrinunciabile e fondamentale (nel senso letterale della parola), non stralciabile da alcuna vita umana (né, se si osserva bene, animale), non bandibile da alcuna attività, non separabile dal vivente e da tutte le sue manifestazioni, “pratiche”, produttive, espressive, comunicative, artistiche, fino a informare di sé la radice stessa delle forme mentali di ogni individuo.

Riappropriamoci prima di tutto urgentemente di questo concetto e soltanto esso farà di noi o almeno dei nostri discendenti degli occupanti responsabili e amorevoli e felici dell’ecosistema.

Come effetto non collaterale ma basilare (sempre nel senso letterale della parola), ciò farà di noi, per forza di cose e per forza nostra bella e spendibile, degli Esseri Culturali.

Ciò che noi potremmo osservare come fenomeni occupanti lo spazio tematico, filosofico e materiale che forse abbiamo appena illuminato come destinato alla Politica definita come sopra, è soltanto atavica e presente accozzaglia e tripudio ed escalation di personaggi ed eventi usurpatori che tali sono perché gli schiavi di ogni tempo hanno sempre consentito e continuano a consentire che così fosse e sia.

Naturalmente, poi, ragionando, accadono cose dentro i cervelli. (Non viceversa.)

I Contrari alla Cosa dicono che la Cosa serve a discriminare.

Gli Altri non sono in realtà Favorevoli alla Cosa.

Sono solo Contrari ai Contrari.

Sono solo Contrari all’Essere Contrari.

Infatti questi Altri non si occupano della Cosa.

Non dicono che la Cosa serve a qualcos’altro e non a discriminare.

Non dicono affatto cos’è secondo loro.

Dicono solo cosa dicono secondo loro i Contrari.

E, secondo loro, i Contrari non dicono che la Cosa è per discriminare, ma dicono che la Cosa è per controllare.

Così, proprio i Non Pensanti, i Parassiti del Pensiero, cominciano a prendere in giro i Contrari, facendo assurdi e imbecilli paragoni, che inoltre partono dalla premessa sbagliata.

E il Potere, in tutte le sue forme, naturalmente asseconda questi Altri, i Non Pensanti, facendo intendere loro che sono stati eletti decisori di ciò che i Contrari vogliono dire.

Facendo perfino intendere loro che hanno un potere.

Facendo perfino intendere loro che sono intelligenti.

Ma la colpa non è del Potere.

Semmai il guasto è che esista il Potere.

Il Potere è ovvio che sia Contrario ai Contrari.

Il Potere discrimina.

E i Contrari alla Cosa dicono che la Cosa serve a discriminare.

Torniamo un attimo alla grammatica.

Il potere come fingiamo di conoscerlo è un concetto sostantivo che ha soppiantato il verbo e basa sempre la propria nascita su bandiere, confini e polizie.

E la propria conservazione, naturalmente, sulle armi.

Il tipo e la qualità di queste armi, attraverso i differenti periodi storici, varia continuamente.

A volte lo fa così tanto e così tanto bene che alcune di queste armi tu non riesci nemmeno a riconoscerle come tali.

Nel mondo modernissimo e occidentalissimo delle cosiddette democrazie, la santabarbara del potere sono io e sei tu e tu e tu.

Non vengono neanche da te custode a prenderla per usarla, quest’arma, ne affidano l’uso proprio a te.

E sono certissimi sul come la userai, cioè sempre e ciecamente a loro favore.

Guarda bene bene: il porto di paura è l’unica cosa davvero liberalizzata.

Naturalmente, non sono armi soltanto quelle che sparano.

E qui fuori? Com’è in mezzo a tutti questi tu?

Crociati. È pieno di crociati.

In guerra per difendere la “loro idea”.

E questo sarebbe anche quasi giusto.

Ma senza riservare uno spazio per l’ascolto di altre idee.

È che in realtà non è questo, no: è molto peggio, è per SALVARE gli altri che NON vivono NELLA luminosa verità che invece “loro hanno conquistato” (o meglio dalla quale sono stati conquistati, perché poi dietro ci sono pur sempre gli Urbani Secondi che li manovrano per ben altri scopi e non certo per PORTARE Dio agli “infedeli”).

Ne abbiamo visti sempre tantissimi, ovviamente sempre tra gli “appartenenti”, fare così. Ogni congregazione o partito, se siamo onesti, ne ha una quota.

Cattolici evangelisti musulmani buddhisti “pro” di questo “no” di quello scettici hegeliani democratici rivoluzionari comunisti fascis… No, ora stiamo esagerando: i fascisti se devono colorare gli spazi coi puntini prendono il rullo.

Boh, ma pensandoci meglio è proprio di attrazione del rullo che si tratta, sempre.

Quale dovrebbe essere un risultato di questa presa elettrica di coscienza? Ci proviamo? Ok!

Occhio alla vostra tolleranza!

Da urlare ovviamente ai già non tantissimi che sono dotati di quel chip.

Abbiamo urlato? Ora usciamo subito dal giochino.

È una cosa bellissima, irrinunciabile, fondamentale, la “tolleranza”. (Necessaria e non sufficiente, direbbe un matematico ex grammatico.)

Ma sorvegliamo affinché possa produrre, sempre, in tutti, ASCOLTO.

Soprattutto controlliamo che non ci diventi un cieco, demente, odioso, banalizzante, pericoloso MAANCHISMO.

Se qualcuno ha troppo bisogno di “sentirsi buooono” è davvero solo un problema, c’è dietro una patologia.

Guardiamo meglio.

E teniamo a mente che la differenziata non è meno importante della tolleranza.

Questo era Karl Popper, mica io, l’ho solo reso tragicomico agli occhi di chi leggeva qui e pensava al fuori dal nostro fuori.

Il punto è che siamo tutti intelligenti.

Sì, la cosa non stupisca.

L’intelligenza non è una “facoltà”.

L’intelligenza è un’AZIONE, anche se/quando il portatore sano non se ne accorge.

L’intelligenza è l’atto di intelligere, di inter-leggere, di chiedere a sé la produzione di UNA lettura di UNA realtà; e di giungervi interagendo con la realtà stessa, creando con essa relazioni sensoriali, chimiche, elettriche, continuamente e contestualmente rielaborantisi nel nostro cosiddetto “intelletto”.

Il quale è un impianto metaforico sempre acceso, la cui benzina è appunto la realtà fintamente esterna, e il cui motore è la capacità di scelta (cioè la TUA verità: il sanscrito “varami” = “io scelgo”, che è poi e-leggere).

Siamo tutti intelligenti.

Dovremmo avere rispetto per l’espressione di tutti? Sì.

L’espressione? Sì.

“Per le idee” è troppo, perché, alla fine del processo di inter-lettura, quella che partoriamo è necessariamente idea, certo, ma non è necessariamente “nostra”.

Può trattarsi anche, e spesso si tratta, di stradine inavvertite che ci portano all’adozione di quelle “idee prefabbricate” che si possono e a volte si devono anche combattere, ma non ignorare.

Non mancare di rispetto. Abbiamo rispetto: anche per le “idee” che A NOI sembrano “sbagliate”.

Niente rispetto solo per coloro che hanno come “idea” la necessità cieca della distruzione delle idee altrui, o addirittura la distruzione dei portatori di idee diverse dalla loro.

Niente rispetto per chi non ha rispetto.

Chi, partendo dall’ombra di qualunque bandierina, dice “uno di meno”, è uno di meno per me.

La bandierina è assiomaticamente censoria. Sempre.

Proprio come uno “stato” è sempre e per forza espansionistico, militare e poliziesco.

Il singolo, senza la forza di rimanere tale, è uno “stato” di questo orrendo tipo.

Se, poi, ci può essere uno che NON è complice della tensione sociale è proprio il divergente.

E il divergente non è un “anticonformista perché fa figo”.

Il divergente è l’individuo attento.

L’osservatore, l’ascoltatore.

Un individuo certamente fallibile come tutti, ma che cerca dietro, che guarda dentro.

Che non tira fuori dalla tasca “verità” che non possiede, proprio come tutti.

Questo vale indipendentemente da come poi la pensiamo su qualunque argomento.

Ma NON indipendentemente dal NON pensare e quindi per forza poi abbracciare concetti prefabbricati da altri.

Un ragionamento ordinato e non tifoso, sempre, lo ascolteremo.

Finché non si capirà questo non migliorerà il livello dei dibattiti.

E soprattutto, ogni dibattito rimarrà gratuito e inutile, dal punto di vista della ricerca continua dei sensi delle cose.

E molto utile, invece, al sistema.

Il complice della tensione è lo schiavo, è il tifoso.

Il complice della tensione è il nemico del ragionamento lucido e ordinato.

Il complice della tensione è ogni pensatore bidimensionale, nessuno escluso.

Il complice della tensione ha sempre in mano una bandierina, mai un’idea PROPRIA.

Ed è dunque sempre uno che attende “i propri diritti” come la manna dal cielo.

E magari attende dal cielo anche la negazione di diritti per il suo “nemico”.

La tensione sociale produce cose comodissime per il potere e strapreviste dal potere.

La Politica non è “il potere”, come troppi, quasi tutti ormai, pensano.

La Politica, rieccola, è proprio studiare insieme i modi migliori, produttivi ed equi della vita collettiva, nella Polis.

E la tensione sociale non è evidentemente la buona base per questa discussione.

Il non appartenente è sempre più questo individuo premuroso e inascoltato che lo dice.

Avanti Pop!

Certo, non preoccupatevi così tanto di “polemizzare”: per loro (per i “servi del popolo” diventati decisori) non è un vero problema il dibattito di volta in volta tra pro e contro qualcosa.

Ciò che essi vogliono è che si parli di ciò che essi stessi hanno deciso per noi. E soprattutto che noi ciclicamente usiamo le parole rese “di moda” da loro.

E lo ottengono sempre. A loro non servono hashtag.

Vi stanno dicendo che siete pecore ma mica con un comportamento o con un altro.

Ve lo stanno già dicendo con la vostra stessa voce.

Ah se sapeste ascoltarvi e capire questo.

Ricordiamocelo, che “il padrone” è sempre una creazione dello schiavo (e questo è Stirner).

Gli “argomenti” dello schiavo, invece, sono una creazione del padrone.

Non importa come la pensi.

Tanto non è vero che la pensi in un modo.

Sei solo un replicante, un ripetitore.

L’importante però è che tu parli di ciò che qualcuno ha deciso come argomento.

Altrimenti nessun luogo “condiviso” accoglierà le tue parole.

Se vuoi stare da solo e specialmente zitto, naturalmente, accomodati.

Se parli di ciò che vogliono “tutti” (di ciò che vogliono quelli che si è deciso siano “i tutti”), allora ci sarà anche per te il luogo dove farlo.

Nessun potere in realtà nega mai un megafono ai seguaci ciechi.

Anzi, sarai un coproduttore della faccia buona di quel potere.

Anche, soprattutto, se “farai” il “dissidente” (se ti piacerà essere un apparente “fuori dai tutti”).

Tanto nessuno comunque saprà o vorrà ascoltare.

Ma non è quel che importa, giusto?

Quel che è importa è “essere figo”.

Avere “seguaci” (per non accorgersi di essere “seguace”).

Sventolare “dalla parte giusta”.

E a volte “la parte giusta” per “essere fighi” è quella sbagliata.

E non ci sarà mai un cane che si chieda “giusta o sbagliata secondo chi”.

Non importa come la pensi.

Allora, a questo punto, cosa fai?

Rinunci a pensare.

Anche senza aver fatto tutto questo ragionamento.

Anzi, molto meglio risparmiare tempo e unirsi al trenino.

Ti piace così la tua vita?

La mia generazione forse rischia di passare alla storia, grande allieva dell’ultimo banco della vita, come quella della chiusura dei rubinetti dell’intelligere. Con annesso sbandieramento di questa necessità contro i “professoroni” (o contro i “complessisti”, come stiamo spesso, ormai, sentendo dire).

Il parlante non potente, non dotato di potere sostantivo, in realtà nasce già vittima.

Il parlante non sorge aerodinamico.

In un mondo solo furiosamente animale, servirebbe prima la costruzione della pace come condizione-tappeto per poter comunicare.

Ma comunichiamo precisamente grazie ai parlanti, quelli veri, oggi quasi estinti, quasi tagliati fuori dagli spettri acustici, visivi, mentali, proiettivi (l’essere parlanti non è prerogativa solo di chi usa codici verbali).

E ciò che più conta è che tutte le forme della nostra comunicazione sono nate proprio per costruire condivisione, cooperazione, insomma pace.

Cioè, in barba ai fenomeni sociali cui crediamo di assistere, la quantità di speranza di pace che possiamo affidare alla bottiglia della nostra vicenda umana (al “messaggio” in bottiglia che è la nostra vicenda umana) è funzione della quantità di qualità comunicativa che sapremo mettere in campo.

Il cane si morde la coda mentre i lupi ci mordono le code.

Non c’è tempo per i paradossi, e questo è un paradosso, e l’uomo è un paradosso.

Quando succede questo, quando si tocca un punto simile, i pacifisti, pericolosamente, si ripensano.

E questa, forse, sì, perché no, potrebbe essere… una minaccia.

Cos’è che ci può dare il Potere Verbo se non il muovere, la ri-creazione (azione divina di fronte al proprio stilistico scontento di comunicatori)?

Prepariamoci: stiamo finendo per sostenere che tutto il “buono” (a qualcosa) non è “etico” ma è Artistico.

Chi aveva detto Arte oltre a Dio vince una pentola del Discount Arcobaleno.