Un obiettivo comune giustifica una folla?

Articolo pubblicato su Facebook il 10 maggio 2011 nelle “note” (ora non più visibili)

Cari “amici” (che poi quelli veri ti hanno visto piangere, di dolore o di rabbia, e non si sono limitati a darti una pacca sulla spalla, ma hanno fatto le stesse cose che tu hai fatto per loro, senza che tu te lo aspettassi).

Quindi: cari “contatti” (ma si può iniziare una nota – cercando di essere seri – scrivendo “cari contatti”?). Vabbuò: torniamo a “cari amici”, anche se nutro seri dubbi che sia giusto scrivere così.

Cari amici,

quando partecipo a manifestazioni oceaniche (come ad esempio quella del 25 settembre 2010) registro sempre più spesso una superficialità allarmante da parte di un discreto numero di componenti la manifestazione stessa. Purtroppo, a mio avviso, può capitare che alcune, sacrosante, dimostrazioni pubbliche – pur giuste nel loro scopo – si “guastino” attraverso la partecipazione di ogni genere di attivismo.

Già mi immagino il solito “corretto” che a questo punto comincia a storcere il naso … A costui dico: ma la vogliamo fare finita di nasconderci dietro a un dito? Voglio esprimermi liberamente, chiaro? E poi tanto lo so che quello che dirò può dare fastidio ad alcuni e farà godere altri. Chissenefrega! Qui non si tratta di fomentare beghe fra umani, che vi assicuro non hanno per me la minima importanza, qui si tratta di analizzare alcuni comportamenti (tipicamente umani) che non giovano alla causa più importante, quella relativa al benessere animale.

Le categorie che rendono poco credibili (sì, «poco credibili», avete capito bene, e più oltre spiego perché) alcune manifestazioni sono proprio tante. E fra le tante c’è la categoria:

  1. del “convinto”, dotato normalmente di megafono, che in nome della coerenza ha raggiunto l’ascesi definitiva (non fuma, non mangia, non dorme, insomma: non ha una vita sociale, e lo trovi a TUTTE  le manifestazioni, tutte). Lui, in pratica, non manifesta per vivere e far vivere (o far vivere meglio) tutti gli esseri senzienti, no: lui vive per manifestare;
  2. del “fomentato”, il cui unico sogno è «distruggere il sistema» attraverso una serie di azioni dimostrative e ti spiega come vorrebbe realizzare questo suo sogno fumando in continuazione e sorseggiando dello sgradevolissimo liquido ormai caldo (troppe ore tenuto in mano in una bottiglia marrone, per strada) che lui si ostina a chiamare “birra”;
  3. dell’ ”esibizionista”, che vuole a tutti i costi essere confuso con uno dei soggetti di cui ai punti precedenti, soltanto per far sapere al mondo quanto è fico, in quanto “lui c’era”;
  4. del “fotografo”, che si muove in funzione di Facebook, e che quindi assume un ruolo più che altro documentaristico, ed è più coinvolto nella scelta dell’inquadratura che non nel fine ultimo per il quale la manifestazione era stata organizzata;
  5. del “pontificatore”, che stigmatizza gli assenti del proprio gruppo (che secondo costui è comunque il più fico di tutti i gruppi presenti) ed è quindi costretto (nonostante sia il capobranco) a sorreggere, proprio lui (lesa maestà!), lo striscione che in qualche scantinato di provincia era stato progettato e realizzato;
  6. dell’ ”originalone”, che in qualsiasi occasione vuole allegoricamente suscitare l’ilarità mostrando cartelli con scritte o immagini esagerate o quanto meno curiose, con il preciso scopo di comparire in televisione (quando la televisione si degna);
  7. della “madre di famiglia SENZA figlio al seguito” (perché ormai lui, il figlio, s’è rotto i coglioni e alle manifestazioni non ci vuole più andare), madre con jeans stiratissimi, zaino onnicomprensivo e immacolate scarpe da trekking rigorosamente bianche (comprate per l’occasione);
  8. della “madre di famiglia CON figlio al seguito” (il quale figlio non se li è ancora rotti, o se se li è rotti non può ribellarsi perché troppo piccolo), madre sempre abbigliata con jeans stiratissimi, zaino e scarpe da trekking d’ordinanza, ma con in più borracce piene di ogni bevanda possibile e panini (spesso al prosciutto) in quantità industriali e cartello scritto a pennarello imposto al minore (che si spera non diventi un minorato) pietosamente fotografato dal soggetto di cui al punto 4);
  9. del “carovaniere”, che è arrivato con un pullman stracarico di suoi simili da regioni lontane, munito di odioso sorriso stampato in faccia con il quale vorrebbe (si noti il condizionale) trasmettere al mondo la sua profonda soddisfazione di essere lì, facendo sapere a tutti che lui conosce bene quella città – oh sì! – essendoci stato in viaggio di nozze. Normalmente – si badi – tale soggetto, che si crede più fico dell’elemento descritto al punto 3), è dotato di pancia e di pantaloni corti (tralascio la descrizione dei calzini, lasciandoli all’immaginazione di chi ha avuto la bontà di arrivare a leggere sino a qui);
  10. dell’ ”organizzatore”. Questo appartiene alla peggiore delle categorie. E’ quello che si muove velocemente, la faccia preoccupatissima, con un piglio come a dire: “io sono io e voialtri non siete un cazzo”, ha 5 cellulari in mano (nonostante abbia “solo” due orecchie, come i comuni mortali) e dalle tasche gli spuntano due (dicasi due) ricetrasmittenti che ostenta vergognosamente. Lo si vede spesso parlare con gli organizzatori veri, che – pur di levarselo dalle palle – fanno finta di dargli un credito che non potrà mai acquisire attraverso i comportamenti che ostenta;
  11. e infine dello “stronzo stanco di tutte queste cose” che sputa veleno probabilmente perché la sua intolleranza verso gli umani ha ormai raggiunto il limite (in questa categoria mi ci infilo senz’altro, perché è quella che più mi si attaglia);

Vi sono, inoltre, alcuni soggetti che, oltre ad appartenere alle tipologie fin qui descritte, sono dotati della caratteristica più inquietante. Essi possono avere una o più peculiarità descritte nel precedente elenco e se tali requisiti superano il numero di tre, ci troviamo di fronte a fenomeni incontrollabili.

Tali soggettoni si autodefiniscono “animalisti”. Quando incontrano un cucciolo di cane vanno in sollucchero con strillini e moine e si esprimono per suoni gutturali.

Nonostante sia ormai subentrata una radicata abitudine a questo genere di manifestazioni emotive – riescono comunque a spiazzarti. Il loro “animalismo”, che sarebbe più opportuno definire “canismo” o – meglio – cinofilia, è popolato esclusivamente da esseri senzienti che loro si ostinano a chiamare “pelosi” (ed è, questa, lasciatemelo dire, una moda veramente odiosa!).

Sono tendenzialmente portati a “umanizzare” i “loro” cani (che quindi considerano una proprietà) chiamandoli, nei casi più gravi, “i miei cuccioli” o, nei casi più vergognosi, “i miei bambini” …

Tali entità nocive sono spesso definite “canare” e rappresentano l’esempio più lampante di quanto lontano possa spingersi l’incoerenza umana. Il loro stile di vita si differenzia assai poco da quello di un impiegato che la sera si suicida sul divano davanti all’«isola dei coglioni». E spesso dichiarano di “amare” gli animali, solo perché “possiedono” un cane che assoggettano, magari facendolo addirittura addestrare (!)

Sono individui pericolosi, non solo perché li osservi in situazioni imbarazzanti, ma anche perché veicolano una sub-cultura molto “comoda” e molto “facile”. Spalare merda in un canile e portare a spasso il “peloso” anche sotto una pioggia torrenziale rappresenta il culmine del loro impegno e in tal modo “chiudono il cerchio”, cioè, autoreferenzialmente si fomentano l’un l’altro, “facendo branco” e – ancora una volta – affiggendosi il distintivo di persone fiche più di chi “non fa un cazzo” per gli animali (mi dovrebbero spiegare perché, fra l’altro, si ostinano a dire “animali”, anziché “cani”).

Da costoro sarò certamente bannato, poiché qualcuno, giunto a questo punto della lettura, dirà che “anziché perdere tempo a scrivere queste cazzate” sarebbe stato meglio che spendessi questa ora portando da mangiare in qualche rifugio…

Loro si sentono il meglio dell’animalismo. Si fregiano di un distintivo. Distinguersi, cioè, fra umani. Ma è così importante? Sono poi quelli che dicono “più conosco gli umani e più amo gli animali”… intendendo per “animali”, come già si è detto, i cani.

Chi era con me su uno dei pullman diretto a “Green Hill” ha purtroppo condiviso, con lo stronzo che sta scrivendo questa nota, l’enorme raccapriccio nel vedere “manifestanti” che divoravano indisturbati panini al prosciutto e/o al formaggio in spregio alla più elementare forma di c.m.g. (coerenza minima garantita)…

Per essere onesti e dirla tutta, c’è da registrare che la stragrande maggioranza di costoro è “politically correct”, poiché il “peloso” lo hanno adottato, strappandolo a sicura sofferenza all’interno di un canile lager, e ciò è bene, chi lo mette in dubbio?

Tuttavia il problema è che purtroppo costoro pensano di aver raggiunto il culmine dell’impegno animalista (buona coscienza a buon mercato!) e si sentono in dovere di elargire insegnamenti perché “loro” sono i più fichi, e soprattutto non si rendono conto che l’attivismo ha mille sfaccettature e bisogna pure che qualcuno queste cose le scriva, cazzo. State tranquilli: io la merda la spalo. Ecco perché posso permettermi di parlare. Chiaro?

Infine, fra i “canari”, ci sono i deviati mentali. Quelli che costringono 20 cani in un appartamento e se ne vantano, colpevolizzando tutti perché non fanno altrettanto, ma questa è un’altra storia, della quale non voglio occuparmi ora.

Bene. Dopo questo premessone che avrà fatto saltare i nervi a tanti, la domanda:

Di fronte a una “armata Brancaleone” come questa, secondo voi, le istituzioni non sorridono? Secondo voi – intimorite da cotanta presenza – assecondano le peraltro giustissime richieste? Credete che sia possibile ottenere dei risultati solo perché “ahò, eravamo un botto”?

Il 25 settembre romano è stato bellissimo, lo dico pure io, con oltre diecimila persone in piazza.

Mi chiedo, tuttavia, quante persone IN PIU’ ci sarebbero state, se la partecipazione non fosse ormai “luogocomunizzata” attraverso “impronte” che autoghettizzano i partecipanti fra “gli ambientalisti”, gli “animalisti”, ecc. ecc.

Mi spiego meglio. Il mio sogno è trasformare l’eccezione in regola. Io sarò dunque contento quando vedrò sfilare, non diecimila persone, ma un milione di persone – come alle “beatificazioni” – e sarò felice se osservando questo milione di individui noterò ANCHE persone comuni  e non solo personaggi come quelli che ho inserito nella lista qualche riga più sopra. Persone che ci credono, persone coerenti, persone come tante.

Solo allora sarà possibile constatare che gli umani non cercano più di “distinguersi” fra “fichi” e “meno fichi”.

Solo allora potrò cominciare a sperare che il dominio sub-culturale attualmente vigente si starà sfaldando e la cultura della “fiorentina”, della “caccia” e delle “buone tradizioni” starà finalmente morendo sul serio.

Mi si dirà: quali sono le alternative? Presto detto. Anche se appaio sicuramente odioso, sono certo che la provocazione che ho lanciato (per l’ennesima volta) faccia capire come muoversi.

Occorre elevare culturalmente il nostro agire comunicativo. Occorre avere la forza di guardare negli occhi chi ha in mano le leve del potere, senza cadere nei loro trappoloni. C’è la forte necessità di porsi come interlocutori credibili, evitando di avanzare in ordine sparso. Non chiedo a nessuno di irregimentarsi nel “perfetto manifestante”: chiedo, molto più semplicemente, a chiunque, di riflettere e di crescere culturalmente. E’ chiedere troppo?

Un obiettivo comune quindi non giustifica una folla.

Un obiettivo comune, quando si mettono da parte i personalismi, crea una comunità.

Vogliamo iniziare a pensare ANCHE come pensa un cavallo, un maiale o un cane, per favore?

Tutto sarà più semplice, ve lo assicuro.

Questo modo di essere, questo stile di vita, si chiama antispecismo.

Esige un paio di cose: la coerenza e la voglia di divulgare, di agire per cambiare.

Rifiuta una sola cosa: l’autoreferenza, soprattutto quella umana.

Lidio Maresca (10 maggio 2011 – Facebook)