TEOREMA SULLE REAZIONI MONOVOCALICHE

Il repertorio simbolico e quindi scritto e tramandabile dei suoni da noi percepiti entro lo spettro del pronunciabile ha una storia relativamente breve di codificazioni e classificazioni che, per ciò che ne sappiamo, dovrebbe aver preso le mosse da un sistema fenicio che in realtà non siamo autorizzati a chiamare “alfabeto” per il solo fatto che esso ci giunge privo di Alfa o di proto-Alfa, e a dirla tutta privo proprio dei segni corrispondenti ai suoni che oggi diciamo vocalici.

Non possiamo dire di aver potuto ricostruire bene per quali passaggi, attraverso la Siria e la Grecia, il sistema abbia poi preso la forma che noi conosciamo e usiamo. Figuriamoci se possiamo scommettere sull’abbastanza nota ipotesi che la compilazione fenicia fosse stata condotta per analogie grafiche con una forma preesistente di geroglifici (di matrice egizia o sumerica), e su quella più interessante e molto meno accreditata secondo cui l’ordine dei segni “consonanti” fosse stabilito seguendo una loro, sempre preesistente e non ricostruibile o dimostrabile, doppia funzione di designazione, fonica e numerale (e studi recentissimi hanno anche prodotto una teoria “astronomica” secondo la quale i primi “alfabeti” sarebbero stati dei calendari lunari).

Perché, nell’ottica legata all’esigenza di rintracciare i moventi primordiali del costituirsi centro culturale attorno a repertori di suoni, rileverebbe sapere chi o cosa, di questi suoni e in particolare di quelli vocalici, ha determinato o deciso l’ordine?

Forse perché le “cronologie”, proprio in quanto invenzioni umane fuorvianti e fondamentali, pre-testi della dea comunicazione, ci parlano.

E forse perché proprio il legame, non si sa se realmente intenzionale ma comunque molto argutamente presunto, dei segni di suono col contare potrebbe aiutarci a immaginare come la sequenza possa esser stata pensata anche per esprimere o almeno per rispettare un crescendo di complessità, o un decrescere della familiarità fra suono in repertorio e frequenza delle emissioni.

Cioè, se così stanno le cose, dovrebbe sembrare naturale che i tipi di emissione di suono che registrano maggiore frequenza (e che quindi appariranno nelle prime posizioni in un sistema di catalogazione degli stessi) corrispondano a intenzioni comunicative e abbiano storicamente servito e servano l’edificazione semantica di concetti più elementari, più immediati, meno strutturati sul piano del pensiero. Ciò anche, andrebbe precisato, senza alcun legame con la ricorrenza di suoni nelle voci dei vari lessici; perché nulla vieta che esistano in una lingua più lemmi ad alto peso specifico e meno a carica semantica minore.

L’idea è che possiamo provare a giustificarci e autorizzarci a studiare il fenomeno sul campo del parlato quotidiano prendendo in considerazione la sottosequenza delle vocali, per sentire se ci dice qualcosa il loro ordine relativo; al di là dei motivi (tardi e magari non più “fenomenologici” ma didattici; oppure dettati dal riutilizzo di segni del sistema fenicio eccedenti e non utili, cioè relativi a suoni non esistenti in greco) che hanno portato alle scelte d’innesto interpolato da esse poi conosciuto, appunto, negli “alfabeti”.

Immaginiamo di aver costruito verbalmente una situazione di “messa alla prova”; e naturalmente che tale input venga raccolto. Figuriamoci insomma di aver prodotto da parlanti un’espressione la quale, per sue caratteristiche tematiche cioè di “contenuto”, oppure strutturali cioè di “forma”, chiami un interlocutore a diversi tipi di reazione; e soffermiamoci sulla prima di queste.

Apparirà, sulla base dell’esperienza umana, abbastanza pacifico che a intervenire come reazione prima sarà precisamente: una vocale.

Prendendo in esame per ora il sistema vocalico italiano, e naturalmente il “mood” e il “sound” culturale dei nostri parlanti, qui si sostiene quanto segue.

La reazione “A!” è idonea per rispondere a caratteristiche di carica semantica corrispondenti a maggiore stupore, e/o maggiore compenetrazione se non addirittura coinvolgimento, in fin dei conti dunque a maggiori indici di interesse e vicinanza all’argomento o alla forma dell’esposizione; ed è in quei casi che verrà istintivamente “pescata per prima” dal nostro repertorio culturale di suoni.

Da lì a scendere, geometricamente.

La reazione “E!” esprimerà mezzo passo di distanza in più, ottenuto ma vorremmo dire determinato soprattutto per l’ingrediente di una lieve nota ironica o più spesso un retrogusto di “lo dicevo io”; o certo, in alcuni casi, di “purtroppo è così”, ma sempre come si dicesse di cosa risaputa.

La reazione “I!” è già una presa di distanza molto significativa, quasi tranciante (il “quasi” è perché la cosa investe non ancora la stessa forma dell’esposizione-input ma esclusivamente il merito), come a dire “attribuisco alla cosa una scarsa rilevanza”; o almeno “non vedo particolari problematiche, la cosa è risolvibile, ovvero semplice, o decisamente non sconvolgente”.

La reazione “O!”, anche se soprattutto per abuso e logorio che porta nel tempo ad attirare le forme della parodia, rafforza significativamente la portata ironica togliendo definitivamente ogni traccia di autorevolezza percepita al tema, o tout court serietà; va addirittura aggiunto che questa quarta reazione monovocalica in O è anche quella atta, a seconda del tono di pronuncia, a esprimere contrarietà e inimicizia minacciosa.

La reazione “U!”, infine, vira verso lo scherno, ove non addirittura verso il “non me ne curo affatto neppure per ridicolizzare la cosa”; e sancisce finalmente anche sul piano formale la sconfitta di ogni eventuale originario intento volto sia allo straniamento sia, come sarà ancora più ovvio, all’autoconferimento di autorevolezza; deprimendo e scoraggiando ulteriori tentativi dello stesso tenore.

Possiamo dire a corollario che “U!” è la stessa reazione che ci attendiamo di fronte al presente teorema.