TEOREMA SULLA VERITA’

La realtà, posto che sia un nostro obiettivo avere rapporti filosofici con essa, è sempre inconoscibile senza un nostro atto di verità. Sì, atto di verità.

Ma chi siamo noi, che presenza non dannosa (disturbante nel logos) siamo per la stessa timeline umana del pensare, se prima non definiamo “conoscibile”, se prima cioè, soprattutto, non spogliamo il concetto di “verità” dalla patina di equivoca mitizzazione a esso conferita dalle nostre moderne lingue traviate (rispetto alle intenzioni dei primi legislatori linguistici, dei primi traduttori in parlabile di ciò che lo è, e in comunicabile di ciò che non lo è)?

Verità è “varami”, verità è elezione; è ciò che “io scelgo” come mia lettura del reale; e niente affatto filo diretto con Iperurani o con Olimpi.

Ciò che forse abbiamo inteso è che la realtà esiste senza la nostra lettura della stessa; ciò che forse non abbiamo inteso è che la nostra lettura della stessa, che abbiamo chiamato verità, è una nostra preziosa ma anche personalissima e non esportabile creazione.

Tutte le fedi, tutte le appartenenze, tutti gli impianti morali, tutto ciò che ci sembra essere così fondamentale, e lo è ma non per la vita in sé bensì per la comunicazione sempre tendenziosa, si presentano come chirurgie taumaturgiche e sono invece psichergie dopanti rispetto alle cose. Le quali appunto nel frattempo esistono senza di noi e non hanno nomi e “morali” senza di noi. Provate a negarlo e lo farete solo a parole, senza potermi dimostrare che siamo immersi nell’indimostrabile sventolante.

D’altra parte “vere” pure sono due cose.

La definitiva: che senza una zona generalizzatrice non è possibile pensare né soprattutto (ed è questo sempre il punto) far voce su alcunché. (Poi chiameremo “civiltà” lo strumento, la bacinella della tendenziosità in cui va a immergersi questo concetto.)

L’iniziale: che la realtà del mondo, forse non “prevedendo” ma comunque contenendo noi, contiene anche già, sempre e da sempre, in potenza, la nostra sola claustrofobica realtà: che è precisamente questa malata tensione che chiamiamo verità.

Ora parto con tre “forse”.

Forse dovremmo provare addirittura a rifondare tutto ciò che sappiamo vedere dell’atto del pensare: ma si potrebbe fare soltanto partendo dalla destrutturazione psichica ed “etica” del concetto di “verità”. Riconoscendo come velenosa, banalizzante, “buonista” e falsissima l’affermazione “la verità non ha padroni” assieme a tutta la socialdemocrazia di cui siamo pretendenti amorosi sfigati. Cosa operabile, tra l’altro, solo su basi linguistiche e con mezzi linguistici. Indigeni, per così dire e per non dire altrimenti. Sarebbe, altrimenti, “figa” e finta come tutte le decostruzioni.

Forse dovremmo allora provare qualcos’altro: un’azione “contro l’umano”: l’abbattimento del giudizio etico a favore di quello estetico. (E attenzione a “αἰσθάνομαι”, non mettetevi cose “pop” in testa quando dico così.) Non ci risolverebbe il problema del “comunicabile” che è il vero serial killer di tutto questo discorso. Ci farebbe solo “migliori”. Nostri in un modo solo un po’ meno saccarinato. Ci disintossicherebbe dalla corsa alle griffes. La cosa non potrebbe aiutare molto la lingua ma potrebbe aprirci un occhio inedito.

Forse ho spiegato (anche se pare il contrario) come e perché la tensione spirituale come proiezione, il sogno come dimensione, il pensiero anarchico come visione, l’immaginare artistico come azione, non possono andare “fuori moda” solo perché lo vorrebbero certe forme di “verità” collettive.

Poi, è chiaro, ciò che qui tu in-dividuo leggi è un pezzo della mia in-dividuale e statisticamente irrilevante verità. E magari cambierà pure domani., altrimenti anche la “libertà” è un falso problema.

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«Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare.»

(Aristotele, “Protreptico”)