TEOREMA DEL PROBLEMA

Vedi un problema.

Va benissimo: chiamiamo “vita” l’ambiente dove la cosa principale che facciamo è vedere problemi.

E chiamarli per nome, nei casi più evoluti denominati “cultura”.

Intendiamoci subito: il problema esiste davvero.

Non c’è niente, niente al mondo che non esista.

Ma il problema non è il problema.

Il problema è vederlo.

Problema significa: cosa in primo piano.

Ha a che fare col guardare.

Ok, messa così è una cosa fatta di parole.

Ma, per l’appunto, di “problematico” nella vita c’è sempre solo quel che ci raccontiamo a parole.

E dove si ammala, una cosa, sempre lì si cura.

Andiamoci.

Il detector, dunque, è qui, nelle parole.

Il problema, invece, è sempre qui, nel tuo sguardo.

Il “motivo” però è reale e serio, non è invenzione tua.

Certo.

Ecco, precisamente, la radice risiede in un’azione non tua.

Ora se guardi proprio benissimo vedrai una cosa fondamentale.

Che il potere terminale su una cosa appartiene sempre solo a chi ha il potere originario sulla stessa cosa.

Però per vedere questo devi guardare proprio benissimo.

Ci sei?

Ecco adesso in arrivo una cosa ancor più fondamentale.

Cioè: quella comunque è la cosa, non è il tuo problema.

Il tuo problema è vedere quella cosa e sentire che non ti consuona.

Non è cosa da poco, per carità, anzi è importante.

Ma appunto è “import” e non produzione.

Dovresti provare a cambiare qualcosa in questo campo di forze.

Cosa?

Sguardo tuo, non certo cosa altrui.

Altrimenti il problema persisterà.

Non è un male, non è un bene: persisterà e basta, starà lì.

Dovresti provare a cambiare qualcosa in questo campo di forze, visto che lo desideri.

Sennò, no.

Dovresti provare a fare di questo campo di forze un campo di quiete.

Fai un passettino indietro e dimmi cosa vedi.

Vedi che il problema è tuo ma non è tuo?

È tuo all’ufficio adozioni, che peraltro dirigi.

È affidato a te, da te stesso.

Se vuoi continuare a vederlo va bene.

Ma tu (che ignori di essere il capo dell’ufficio adozioni) vuoi smettere di vederlo.

Ottimo: devi soltanto smettere di considerarlo tuo.

Devi insomma guardarlo meglio.

Guardarlo te l’ha impacchettato ed etichettato “problema”.

Riguardarlo toglie l’etichetta e il cellophane.

Muoviti.

Cambia posto.

Hai osservato la cosa per darle nome?

Ora osserva l’osservatore, dagli azione.

Questa non è la risposta giusta.

Non c’è niente, ni-ente al mondo che non esista; ma la risposta non è un “ente”.

Questa non è la risposta giusta.

È l’unica.

La migliore risposta è sempre cambiare la domanda.

Questa è la cosa più difficile, ma solo se ti fai co-involgere (nel cellophane).

“Ma questa è speculazione filosofica, la vita è un’altra cosa.”

Oh yesss: è proprio ciò che stiamo dicendo.

Ci sei?

Ok.

Ora sei libero “dal” problema (di questo “dal” ne parliamo un’altra volta).

Sei libero e puoi occuparti della tua azione, di fare cose.

Che saranno per finta, per il gioco stesso della vita, “problemi” per altri.

Mandali qui.