Progetti

Per portare avanti un progetto è inevitabile, giusto, bello, pensare e attuare continue sue evoluzioni. Altrimenti non si direbbe “portare avanti”, si direbbe “mantenere fermo”.

Studiare dispositivi a protezione del bello dell’idea originaria, che rimane e cresce e agisce. Apparecchiare e aggiustare l’idea perché sia strada per più persone. Perché sia cooperazione, partecipazione, salvezza.

È inevitabile, giusto, bello. Chi non capisce questo?

Chi per vocazione non fa, chi non sa fare, chi non ha la vera attitudine a pensare e progettare. Chi non prende sul campo d’azione il fertilizzante infinito per l’etica.

Chi cerca sempre pretesti per nutrire, per giustificare a se stesso, la propria competitività camuffandola (a maleficio dei creduloni idioti) da “purezza del dissidente”.

Puro sei se pura è l’etica che continua a muoverti. Anche se impasti col fango. Anzi a maggior ragione. L’idea s’incarna mille volte nell’uomo sporco di fango, che scava e costruisce, che diventa anello di catena e fratello di chi come lui è sporco di fango, scava e costruisce.

La “critica” s’incarna nello zombie travestito da omino profumato in divisa pieno di medagliette autoprodotte.

La “critica”, naturalmente, non esiste; fin dalla stessa parola è una medaglietta autoconferita per non dire: qui abita un competitore frustrato che adotta strategie di posizione esclusivamente distruttive.

Anche il “dissidente” non esiste: in verità è semplicemente l’ignorante di quella data cosa, colui che non ha provato davvero a farla e non sarebbe in grado, né eticamente né praticamente, di farla. È semplicemente un cattivo ascoltatore. È un incapace.

Altrimenti non farebbe il “dissidente”, che è pur sempre un parassita (un fungo mostruoso che, anziché usare l’albero per nutrirsi, lo usa solo per poter dire “che schifo l’albero”).

Altrimenti non farebbe il “dissidente”: farebbe La Cosa Sua.

Con “farebbe” qui s’intende “saprebbe fare”: perché “ngiuriarsi di fare” è alla portata di tutti.

Perché, naturalmente, il vero competitivo non si pensa certo incapace, e poi è troppo impellente l’urgenza merdosa che ha; e allora per forza, dopo quella della “critica” (nei numerosi casi in cui non si abbraccia quella a vita), prova la strada anche del “fingere di fare”: più che altro incoraggiato dai seguaci idioti abbagliati dalle medagliette (idioti ovviamente destinati poi alla migrazione a vita, ma lasciamoli perdere).

Vero, non ce la farà, perché non ha l’orizzonte, non ha le competenze, non ha la trasparenza e dunque l’autorevolezza che servono.

Ma è un peccato, sarebbe ottimo, sarebbe un’operazione sociale darwiniana gratuita di pulizia.

Mi sento d’incoraggiare questi “spazzini dei settori culturali”, utili ben oltre i loro “meriti”, a continuare.

Mi sento proprio di farlo, preso atto del fatto, tutto sommato anche provvidenziale, che non riusciremo a rendere magicamente tutti intelligenti.