Pasqua e feste “comandate”

Articolo pubblicato su Facebook il 18 aprile 2019 nelle “note” (ora non più visibili) 

Ma comandate da chi? Dall’industria del cibo? Sembrerebbe che ormai le feste, e non mi riferisco a quelle religiose solamente, siano l’occasione per fare un’unica azione: nutrirsi in maniera esagerata.

 

Da sempre è così, d’accordo, ma ora si sta passando il limite. La festa nasce come occasione di incontro, di celebrazione. Il rito ora è residuale: ciò che conta è il pranzo (o la cena). Vale per un natale, un capodanno, una pasqua ma anche una prima comunione o – peggio mi sento – un matrimonio.

 

Sia chiaro: anche a me piace mangiare e ritengo che l’ingrediente più gustoso sia la convivialità che il gesto di portare la forchetta alla bocca facilita e incoraggia. Tuttavia orientare i propri comportamenti al solo scopo di sedersi a tavola sta diventando un’ossessione che poco ha a che fare con la naturalezza e la spontaneità.

 

In altre parole: in treno, in autobus, sui social, in televisione, ovunque insomma, circa la metà delle conversazioni (specialmente a ridosso della festività, non importa quale) verte su ciò che sarà consumato a tavola.

 

A prescindere dal fatto che sono vegan da venti anni, mi sarei leggermente rotto gli attributi (scusate, ma quando ci vuole, ci vuole) di vedere l’agglomerato umano con il quale entro in contatto ruotare perennemente intorno a un panettone o a un casatiello, a seconda del periodo e della latitudine nella quale vive. Evolviamoci, cazzo! Sono d’accordo anche io sul piacere di sorseggiare un Sagrantino di Montefalco in pieno inverno davanti a un gustosissimo porcino trifolato. Oppure assaporare un Donna Fugata, in piena estate, mentre davanti a noi si propone un trionfo di freschezze in insalata. Ci mancherebbe!

 

Ma se questo deve diventare la mia unica ragione di vita, beh, proprio no. Non ci sto. Esistono altri piaceri. Allarghiamo per favore i nostri orizzonti: ricordiamoci chi siamo.

 

Magari, in questo modo, riusciremo a comprendere quanto sia importante che anche un agnello o un capretto abbiano il diritto di godere della vita, liberi e spensierati. E che renderli schiavi per il nostro palato non è niente altro se non il sancire una volta per tutte quanto si sia noi stessi schiavi di un effimero piacere, schiavi di culture oramai morte ma che ci ostiniamo a mantenere in vita, soltanto perché abbiamo paura di un possibile cambiamento.

 

La paura di un futuro senza violenza è la malattia più brutta che poteva affliggere l’umanità. Guariamo, ve lo chiedo per favore.

 

Lidio Maresca (18 aprile 2019 – Facebook.)