Lentamente muore? Ma no. Non è proprio mai nato.

Articolo pubblicato su Facebook il 3 dicembre 2013 nelle “note” (ora non più visibili)

Qualche giorno fa, dopo averlo letto sulla pagina di Cristina, una cara amica, postai “Lentamente muore”, un testo erroneamente attribuito a Pablo Neruda (e difatti anche io lo pubblicai sulla mia pagina fb dandogli una paternità sbagliata, fina a quando un’altra gentile amica, Claudia, non mi corresse ricevendo da parte mia il giusto ringraziamento).

Il componimento di Martha Medeiros è toccante, specie se letto oggi, perchè rappresenta il quadro di una società dove i malati di mente sono sempre più numerosi e il loro aumentare di numero è purtroppo assai poco notato. L’incremento di popolazione affetta da patologie è preoccupante: il fenomeno infatti si manifesta in modo subdolo. Insomma: ti accorgi di avere di fronte una persona malata solo quando ormai essa manifesta in modo palese i suoi disturbi.

Viviamo circondati da malati. Attenzione: definisco “malato mentale” non solo i matti senza speranza di guarigione, affetti da vere e proprie patologie, ma anche le persone affette dalle fobie più disparate, e che matti certamente non sono.

Ma la loro è una malattia a tutti gli effetti.

Chi, ad esempio, è incapace di vivere senza una compagnia sulla quale riversare il proprio affetto malato, solamente per avere a propria volta un “ritorno” di pseudo amore (non, quindi, “conquistato” ma soltanto “acquistato”) è una persona malata. Le sue insicurezze hanno il sopravvento sulla sua personalità fino a ridurre questa persona “dipendente” da qualcun altro, senza il quale tutto diventa senza sapore, senza vita.

Chi è schiavo delle proprie abitudini – come dice la Medeiros – salendo alla solita ora sull’autobus e sedendosi al solito posto, non sta morendo lentamente: non ha proprio emesso neanche il primo vagito. Anche questa è una persona malata. Lo stesso vale per il posto sul treno piuttosto che sulla metropolitana.

Chi compra sempre le stesse cose per cibarsi, andando nel panico nelle feste comandate poiché obbligato dalle circostanze a mutare le sue abitudini alimentari (sia pure per l’arco di tempo di un pranzo natalizio), è una persona malata. Pesantemente malata.

Chi non rivolge la parola a chi non conosce e, se obbligato (sempre dalle circostanze!), al massimo se la cava con un “salve”, anziché un “ciao” accompagnato da un bel sorriso spontaneo e pulito, è una persona malata. E non è timidezza: è proprio malattia. Chi non rischia mai e quindi non cambia mai il modo di vestirsi, che è comunque una forma di comunicazione tra le più dirette, trasmette sempre lo stesso messaggio. Può essere considerata “sana” una persona così?

Chi, schiacciato dalla paura, non osa viversi una passione, neanche la più innocente, preferendo una pianificazione a tavolino di tutte le ore che trascorre senza una vita da viversi, anzichè l’insieme di emozioni che la scrittrice cita nel suo testo, è una persona malata. Chi passa i propri giorni di non-vita a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante o di quel “tizio maleducato che non saluta mai”, beh! anche quella è una persona malata assai.

Chi non si lascia aiutare perché qualsiasi consiglio da parte di chi gli si avvicina è da costui letto come un attacco al suo ego smisurato, è una persona malata. E difatti la Medeiros parla di distruzione dell’amor proprio: cosa c’è di più malato dell’autolesionismo mascherato da autoprotezione?

Chi non ha il coraggio di capovolgere il tavolo, rimanendo infelice sul posto di lavoro, è una persona malata. Soprattutto quando il lavoro, la carriera, l’affermazione personale sugli altri rappresentano per costui l’unica cosa che abbia senso. Malato. Sì. E più di altri. Per quella persona gli affetti, i figli, la famiglia e gli amici sono entità residuali, alle quali dedicare il proprio tempo quando proprio non se ne può fare a meno.

Chi ha paura di percorrere la strada incerta, lasciando quindi le sue certezze immarcescibili che mai nessuno deve azzardarsi a mettere in discussione, è una persona malata. Definireste “sana”, voi, una persona che non si mette in discussione neanche per un istante?

Chi non chiede mai scusa, chi non le porge, le proprie scuse, con la dovuta convinzione di aver sbagliato, poiché a sbagliare sono sempre “gli altri” e mai lui, secondo voi, è da considerare “sano” di mente? Non è piuttosto una persona malata, tronfia delle proprie egoistiche certezze, con il cervello avvelenato dalle emanazioni mefitiche del proprio egoismo?

Generalmente, quando incontriamo malati mentali palesi, veniamo colti da pietà. Immediatamente il nostro pensiero va verso la direzione dell’aiuto, della comprensione, della compassione buddisticamente intesa. Quando invece la malattia è meno patente, può accadere che non ci si accorga subito con chi stiamo tentando di dialogare.

Un consiglio utile, se posso permettermi di trasmettervelo, per riconoscere immediatamente un malato di mente, è questo: guardatevi da chi critica costantemente tutte le azioni degli altri.

Guardatevi da chi non ride mai, ma anche e specialmente da chi nemmeno sorride (che sono i peggiori!). Guardatevi da chi critica il comportamente dei genitori sulla base del comportamento dei figli, pensando di sapere tutto, di conoscere tutto. Guardatevi da chi si lamenta dei propri problemi e non è mai interessato (se non formalmente) a quelli degli altri. Guardatevi anche da coloro che vi sorridono davanti e sparlano di voi alle vostre spalle, da chi, con voi, in un certo contesto, è gentile e affabile, e poi, in altri, si trasforma rendendosi irriconoscibile.

Guardatevi – soprattutto! – da chi non prende mai una posizione netta, da chi cerca sempre di essere equidistante, in modo da non avere mai rogne. Questa, io credo, è la forma di egoismo peggiore. E l’egoismo è la malattia mentale più schifosa. Chi non si schiera diventa automaticamente parte del problema. Tenetelo sempre bene a mente. E state lontani da costoro: sono i malati più pericolosi.

Prendete le distanze. Essi non “muoiono lentamente”: non sono mai nati e cercano di trascinarvi nel baratro delle loro debolezze. Prendete le distanze, lo ripeto. Voi dovete vivere. Vogliatelo. Ne avete il diritto.

Vivete, per favore. E lasciate i non-vivi al loro destino, prima che essi fagocitino il vostro.


Lidio Maresca (13 dicembre 2013 – Facebook)