LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO NELLA CIVILTÀ DEI CODICI

Bar, ristoranti, teatri, cinema, banche, stadi, aeroporti, tavoli, menù, biglietti vari: non vi sono quasi più “spazi” che non siano mediati da qualche sorta di codice.

Non esistono più luoghi e specialmente corpi franchi dalla legalizzazione degli accessi, o meglio alla trasformazione d’ogni movimento in un “accesso”: ovunque si scansiona o si viene scansionati, con la facile previsione che un domani tal “ovunque” si allarghi a dismisura, fino all’impensabile. L’ubiquità è la forza della scansione: si rende immune da giudizio omologando e conformando il “dove” al “come” fino a renderlo impalpabile e, poco alla volta, accettato.

Intesa la libertà di movimento non più come libertà in uno spazio ma come spazio essa stessa e reso tale spazio iper-normato, esso emerge come ambiente segnico che nella sua versione simbolica diviene ambiente educativo, perfettamente adatto a un paradigma “correzionista”.

Ciò che va davvero compreso è che esso, a ogni occasione, costituisce la transustanziazione di un ostacolo dal piano del simbolico a quello fisico, una barriera, un punto d’accesso a cose e luoghi prima né chiusi né aperti in quanto ideale appendice del proprio potere significante: eri tu a dare un significato a quello spazio accedendovi liberamente, ora accade il contrario.

Il ricongiungimento fra l’azione e la sua meta trova qualificazione attraverso una legittimazione esterna per cui la chiave del significato non è più nello spirito del gesto il quale si dissolve nel reticolo tecnocratico tessuto da un apparato impersonale.

L’Uomo è ovviamente la chiave e lo è in particolare la sua impronta: il prodotto più ambito. 

Dove c’è un prodotto esiste un mercato, fatto di oggetti e soggetti coinvolti in qualche gioco di profitto dove le leggi di natura – “il pesce grande mangia il pesce piccolo” – vigono sublimate in leggi e normative che calano dall’alto verso il basso nella piramide metalimentare del potere politico.

L’inganno è nell’interpretare questa maniacale esigenza di controllo “dall’alto” come prodotto offerto piuttosto che come merce di cui in realtà si è naturali produttori “dal basso” e in quanto tali restare almeno padroni di stabilirne il prezzo e soprattutto, sopra a tutto, la disponibilità.

La manifestazione di questa disponibilità non può che risiedere nella inalienabile e insottraibile facoltà di creare o ricreare lo spazio in quanto spazio proprio: dar forma alla propria “casa” in quanto estensione dell’essere ed essa stessa dunque come codice di abitabilità del genio e dell’intenzione, per fondare le basi – espressive prima e civili poi – di una ritrovata libertà del movimento.

Valentino Picchi