Il saggio compie la sua opera senza porsi come grande

Articolo pubblicato su Facebook il 27 aprile 2012 nelle “note” (ora non più visibili)

Recentemente sono stato costretto a immergermi sia pure per poche ore in una cultura che non mi appartiene.

Cultura? Bah! Non esageriamo. L’accezione che ho della parola “cultura” mi impedisce di continuare ad abusare del termine.

Quindi ricomincio da capo.

Recentemente sono stato costretto a immergermi sia pure per poche ore in una SUB-cultura-dilagante che non mi appartiene (ecco: così va meglio).

E’ la (sub)cultura di quelle persone che si magnificano – tronfie delle loro certezze – fino a diventare ridicole.

E’ la (sub)cultura che rende ciechi e sordi nei confronti della vita.

Eh, sì. Quella (sub)cultura diventa modo di vivere, e segnala – a chi lo sa ben vedere – quanto queste persone siano fragili, incapaci, frustrate.

Deboli creature che si mettono un’armatura, credendo in tal modo di diventare “esseri superiori”.

Facendo così credono di poter ingannare i propri simili.

A volte ci riescono, beninteso. Ma solo con chi è imbevuto, come loro, della medesima (sub)cultura.

Povere, piccole persone che si beano nel raccontare in autobus o nei social network quante volte il loro moccioso ha starnutito, oppure quante volte il loro capo si è comportato da stronzo, oppure – ancora – quanto è stato bello passare con il loro amore una domenica pomeriggio nel tal posto o nel tal altro, come se il mondo fosse circoscritto a quell’orizzonte che, per noi che guardiamo, appare estremamente limitato e ingenuo.

E il bello è (udite udite!) che si credono pure più fichi degli altri…

Soggetti senza speranza, imbevuti di una autoreferenzialità che gli obnubila il cervello, questi individui si autoassolvono, si autodefiniscono il “modello” da imitare. Decidono che tutto ciò che loro pensano, dicono o compiono è semplicemente perfetto. E lo “urlano” talmente forte che anche il più impreparato degli ascoltatori non può non accorgersi che questi soggetti lo stanno urlando solo a loro stessi.

Per convincersene.

Ma la realtà è differente. Guai a colui che critica dando dell’isterico al prossimo, ingenuamente ignorando la possibilità di diventarlo lui stesso! Guai!

La sottocategoria (passatemi, vi prego, questo termine, poiché da qualche tempo verso costoro comincio ad avere un approccio etologico: li studio – lo confesso – attratto da una morbosa curiosità), la sottocategoria – dicevo – più devastante di coloro i quali appartengono a questa melma (sub)culturale è rappresentata dalle mamme.

Attenzione: non sto parlando di TUTTE le mamme, ci mancherebbe altro: ne conosco di meravigliose che pare lo siano da sempre! (e in effetti la predisposizione di una madre “vera” è insita nel noumeno, non certo nel fenomeno: non ci si può improvvisare “madre”, o – peggio – credere di diventarlo, a mio modestissimo parere, a meno che non ci sia – “dentro” – un qualcosa che le differenzi dal resto del mondo). Le mamme vere sono quelle che, pur nelle difficoltà che gli adulti veri conoscono e rispettano, sanno essere Persone con la “P” maiuscola e sanno amare un figlio anche quando vi sono mille incomprensioni, mille rifiuti, mille ingratitudini. Le mamme vere sono quelle che non impongono mai, ma tentano costantemente di “con”vincere … vincere “con”, vincere insieme.

Non sto, quindi, parlando di “queste” mamme, che adoro.

No. Non faccio e non farò mai di tutta l’erba un fascio…

Parlo di quelle “mamme” (si fa per dire) che agiscono aggrappandosi a false certezze e che urlano al mondo la loro felicità, proprio per AUTOconvincersene. Parlo di quelle mamme che impongono ai loro figli un comportamento “perché si fa così”.

A questo punto mi chiederete per quale motivo definisco “devastante” questa sottocategoria.

Il motivo c’è.

Ma non chiedetelo a me.

Chiedetelo ai loro figli, non ora, ma fra una ventina di anni.

Lidio Maresca (27 aprile 2012 – Facebook)