Disagio da rete sociale

Articolo pubblicato su Facebook il 14 Agosto 2014 nelle “note” (ora non più visibili)

Social-network.

Leggo su wiki:

(Virgolette)

Secondo la definizione data dagli studiosi Boyd-Ellison, si possono definire siti di reti sociali (social network sites) i servizi web che permettono:

 

1) la creazione di un profilo pubblico o semi-pubblico all’interno di un sistema vincolato,

 

2) l’articolazione di una lista di contatti,

 

3) la possibilità di scorrere la lista di amici dei propri contatti.

 

Chiuse virgolette.

 

D’accordo. Queste sono le basi di partenza. Vi interessa approfondire un argomento teorico, talmente teorico che alla fine, attraverso arzigogoli da cattedratico, si stacca completamente dalla realtà?

 

A me no.

 

Al contrario, mi interessa ciò che dal punto teorico iniziale si è sviluppato in seguito. E per interessarsi a questo aspetto, occorre porsi prima di tutto la madre di tutte le domande: per quali motivi sono nati i social-network? Ecco, appunto: i motivi. Parliamo di motivi e non di fini, che quelli li conosciamo tutti fin troppo bene e sarebbe banale parlarne.

 

I motivi, dunque. Gli inventori e i creatori delle reti sociali hanno puntato principalmente sul bisogno, tipicamente umano, di mettersi in mostra.

 

Non mi riferisco ai “selfie” fatti dalle ragazzine in bagno, con sfondo su water aperto, che quello non è “mettersi in mostra”, ma al massimo divertirsi “contro” se stessi.

E nemmeno faccio considerazioni nei confronti di coloro che postano in continuazione testi scritti da altri per far vedere quanto sono fichi e superiormente geniali. No, non voglio parlare di questi fenomeni, assolutamente palesi, che possiamo riscontrare quotidianamente gironzolando ad esempio su facebook.

 

Non ne parlo, perché mi sembrerebbe di perdere tempo facendo chiacchiere da bar.

 

Vorrei invece approfondire il discorso sui comportamenti meno palesi, ma che sono lì, e in fondo in fondo quasi sono accettati come modi di agire assolutamente normali, leciti, corretti. Sono talmente accettati che quasi non ci accorgiamo di quanto siano presenti. Eppure basterebbe poco.

 

Restringiamo il campo osservando i meccanismi presenti sul principe dei “social”: Facebook, dove il cardine sul quale tutto gira è il profilo individuale. Esistono sostanzialmente due macro-tipi: il profilo «divulgatore», attraverso il quale l’utilizzatore mette a disposizione degli altri qualsiasi cosa gli venga in mente e gli faccia piacere condividere (musica, spezzoni di film, segnalazioni di importanti eventi artistici, culturali, sportivi, ecc.). In questa tipologia ci sono gli “innocui”, che al massimo ti tediano con l’ultima fatica del loro gruppo hard-core preferito. E’ sufficiente cliccare su “non seguire più, ecc.” e tutto si risolve nel migliore dei modi. Poi ci sono i “fastidiosi”, che pubblicano appelli ogni venti minuti e ti fanno sentire in colpa se non vai firmando quella petizione on line immediatamente.

 

Esistono altre sottocategorie appartenenti a questo macro-tipo e sarebbe faticoso e inutile elencarle tutte. E’ invece importante considerare ciò che le accomuna. In tutte le pagine che in qualche modo appartengono a questo archetipo si nota l’assenza quasi totale di episodi riguardanti la vita personale. Quando il protagonista di quel profilo accenna a qualcosa riguardante la propria persona, crea, forse senza volerlo, un evento che spicca per l’anomalia all’interno del contesto dal quale ha origine.

 

Viceversa, il secondo macro-tipo è quello che io chiamo profilo «io, io, io». Nelle pagine di chi adotta questa tipologia per imporre la propria presenza al mondo, possiamo scorgere innumerevoli sfaccettature riguardanti le modalità attraverso le quali il soggetto espone e promuove la propria “merce”. Ecco. Già questo dovrebbe dirla lunga. Mercificarsi è un lavoro che può essere svolto con volgarità, ma spesso invece è declinato con raffinatezza e con dovizia di particolari che il proprietario del profilo «io, io, io» inserisce per sviare il pubblico, sostanzialmente pensando che il pubblico è becero e lo si può fregare. Insomma: il gestore di una pagina «io, io, io» si crede infinitamente più avanti degli altri. Gli eventi narrati in queste pagine annegano nella banalità che auto generano, ripetendosi giorno dopo giorno sempre uguali. Sicuramente avrete fatto caso a quanto siano piatti i profili delle persone che si credono superiori e agiscono unicamente nella direzione dell’autopromozione a tutti i costi. Persone con problemi, certo. Ma oggi chi non ne ha? Dobbiamo giustificarli per i loro problemi? Credo proprio che sia assolutamente sbagliato subirli e tacendo ci rendiamo complici di questo andazzo basato sulla menzogna.

 

Il promoter di se stesso si crede superiore, lontano anni luce dalla massa. Ma lo sta urlando a se stesso per poterci credere.

 

Purtroppo per lui, il pubblico, a lungo andare, lo sgama.

 

Ovviamente nei due recipienti testé citati vi sono infinite forme di rappresentazione della realtà, le quali attingono in misura differente tanto all’uno quanto all’altro. Tentare di realizzare una tassonomia completa è assolutamente impossibile. Mi sono limitato ai due macro-tipi, anche per non tediare troppo, tenendo tuttavia a mente (io per primo!) che tanto in rete quanto nella realtà non possono esistere profili appartenenti al cento per cento a una tipologia piuttosto che all’altra.

 

Tornando ai motivi, appare quindi evidente che la mossa dei vari Zuckerberg non è ascrivibile a nessun’altra strategia se non a quella che, da sempre, fa leva sui bassi istinti. Non voglio in nessun modo citare Adorno, ma il suo pensiero intorno agli avvenimenti del secolo scorso può essere un dignitoso spunto per ragionare su quelli del periodo attuale. In poche parole: i cambiamenti che osserviamo nel comportamento umano, anche i più piccoli, non possono essere ignorati, essendo essi in stretta relazione con gli eventi.

 

Un esempio? Fino a qualche tempo fa, quando non esistevano i social e prima ancora quando non esisteva la rete, i rapporti umani erano assicurati da dialettiche più tradizionali. E soprattutto esisteva il rapporto duale, filosoficamente inteso come relazione esistente fra due princìpi antitetici.

 

Oggi il morbo dell’esibizionismo facilitato dal broadcast a buon mercato ha praticamente annullato il rapporto fra le antitesi. La trasmissione di informazioni (discutibili o no) da un profilo «io, io, io» ad un insieme di riceventi, azzera completamente quanto era stato, negli intenti, il principio base della filosofia della rete “uno punto zero”, quella dei primordi, dove si esaltava la comunicazione punto-punto o bidirezionale. In pratica, se ti azzardi a dissentire, sei bannato. In effetti le persone che gestiscono il proprio Facebook come una corte dove sono ammesse solo le lodi verso sua Maestà sono sempre più numerose e ciascuno di noi si domandi non “se”, ma “quante” ne conosce.

 

In pratica, Zuckerberg et similia, facendo leva sui “bassi istinti”, hanno astutamente azzerato il principio base della comunicazione. Contrabbandando il loro operato come un atto d’amore verso l’umanità!

 

Fantastico.

 

Lasciatemi fare un’ultima considerazione. Nonostante questa realtà assai deprimente che evidenzia il crescente utilizzo di trasmissioni a senso unico (proprio nei luoghi dove, al contrario, la bidirezionalità dovrebbe farla da padrone) e nonostante sia palese la violenza con la quale viene imposto l’assunto in base al quale se sei in disaccordo commetti un reato, c’è chi, fra il “pubblico ricevente”, ingenuamente si domanda se sia giusto rispondere per le rime agli status e/o ai commenti dei cialtroni modello «io, io, io».

 

Mah! Se il proprio pensiero è diametralmente opposto a quello del broadcaster di turno a senso unico, alla luce delle dissertazioni elucubrate dallo stronzo che sta scrivendo, non vi viene in mente che forse è meglio fottersene?

 

Buon ferragosto a tutti.

 

Lidio Maresca (14 Agosto 2014 – Facebook.)