Depersonalizzazione digitale

I libri sono persone.

L’etimologia della parola “persona” deriva dal latino “persona, ae” che significa, in riferimento all’azione teatrale, “personaggio”, colui che risuona attraverso una maschera lignea. L’etimologia della parola “libro” deriva dal latino “librum” e indica una delle tre parti della corteccia dell’albero, la più interna e morbida, rivestita da componenti più esterne come la scorza. Sia l’essenza della persona così come quella del libro sono “nascoste” da qualcosa che sta all’esterno e le avvolge. Questa protezione è una forma (personalità-personaggio, in un caso, morfologia-scorza nell’altro) che si è adattata a ciò che sta sotto. I libri e le persone hanno in sé stessi l’essenza dell’umanità e in entrambi i casi questi esprimono tale essenza con la propria forma. Inoltre, i libri danno forma alle persone, in quanto essendo costituiti di esperienze integrate e rielaborate da parte dell’autore, cambiano lo sguardo e ampliano la capacità interpretativa del lettore; le persone danno forma ai libri, perché interpretano, partendo dalla propria e personale (per+sonare, risuonare attraverso) materia, fusa con quella proveniente da altre esperienze, o da altri libri. Da questa interazione nasce la realtà. Si tratta di un intervento sul mondo che esiste attraverso i sensi di chi interpreta (lettore) e quelli dell’autore che ha a sua volta interpretato e che insieme creeranno un mondo totalmente inedito. Ciò è possibile attraverso metamorfosi continue. In questo momento storico, se i libri continuano ad avere forma, non raramente, le persone stanno auto ed eso-subendo una deformazione che li porta fuori dalla forma, letteralmente una “ex-forma“, ossia un’esistenza estranea alla propria forma, perché l’essere si guarda fuori, lontanto da essa come alienato. Questa estraniazione, che possiamo intendere anche come rigidità, in quanto incapacità di intervenire nel plasmare consapevolmente nuove la realtà è causata da processi di ordine (bi)virale. Se forse era già nota la semitotale sostituzione del materiale cartaceo con quello digitale che è diventato virale, quindi si è diffuso come un rapido processo para-naturale, allo stesso tempo questo processo è stato accelerato da un altro tipo di viralità sempre invisibile, ma “ad impatto frontale”, perché ne percepiamo in modo più diretto i sintomi.

È come sopravvivere, vivere-sopra la realtà, mentre pochi intervengono ugualmente e mentre essa si trasforma, ma senza l’intervento reale e partecipante dell’uomo. Questo equivale ad una mezza esperienza della vita e non permette all’uomo di arricchirsi ed arricchire con tutto il proprio essere e la propria persona, il mondo. È come posare la maschera della forma in un angolo e osservare un tempo immobile. È come stare in un metaforico luogo confortevole, ma entrare in una nuova povertà (dis)umana, una povertà dell’apprendimento coinvolto e coinvolgente del libro e delle altre persone, che ci impegnava con più sensi rispetto al solo sguardo, ma coinvolgeva l’olfatto, l’udito e il tatto nello sfogliare le pagine e gli umori, ci portava ad un impegno mentale maggiore, perché ci forniva stimoli profondi e non ci faceva rimanere sulla superficie, condizione sempre più diffusa e fatta di sensazioni immediate e veloci, volute da una società che ci pretende ovunque in ogni momento, ma sempre meno in forma, sempre meno persona e sempre meno capace di personalizzazione trasformata e trasformante. Ci vuole ex-forma mentre osserviamo diapositive scorrere l’una dopo l’altra, senza mai farci coinvolgere veramente. Senza mai entrarci davvero dentro.