COS’È PIÙ IMPORTANTE? ESPRIMERE UNA PROPRIA IDENTITÀ, OPPURE FAR CONOSCERE LE PROPRIE AZIONI?

Articolo pubblicato su Facebook il 16 luglio 2010 nelle “note” (ora non più visibili)

Cadere in una logica d’identità è spesso rischioso. Quando si è giunti al bivio, e si è presa la strada che porta allo stile di vita vegan, è importante comprendere come sia dirimente esercitare un continuo e rigoroso controllo su ciò che si sta facendo.

 

Siamo diventati vegan. Okay.

 

Ora si tratta di capire come stare al mondo. In quel mondo dal quale forse alcuni di noi si illudono di essere usciti soltanto perché hanno fatto determinate scelte.

 

Non c’è niente di più sbagliato come illudersi di esserne fuori.

 

E allora chiediamoci innanzitutto perché siamo diventati vegan.

 

Per moda? Allora dura poco. Per motivi strettamente personali? Allora non lo siamo, vegan, anche se mangiamo polpette vegetali. Per scelta etica? D’accordo, siamo sulla strada giusta. Ma cosa significa il termine “etico”, per noi?

 

Alcuni di noi hanno la faccia di affermare che è possibile essere vegan senza essere antispecisti. Ma non mi stupisco poi molto: ho addirittura sentito con le mie orecchie affermare anche l’esatto contrario (!).

 

Personalmente sono diventato vegan solo DOPO aver umilmente percepito qualcuno (e solo qualcuno) dei molteplici significati della parola antispecismo.

 

Per favore non fatevi fuorviare da ciò che si legge su wikipedia: non è esaustivo e soprattutto non è completamente corretto. Non significa che sia tutto sbagliato. Molto di quanto lì è scritto serve a farsi un’idea, per carità. Tuttavia mi fanno sorridere i goffi tentativi di dare una definizione di qualcosa che per fortuna è indefinibile. Scusatemi: non voglio essere offensivo.

 

Si prega di non leggere queste righe come un tentativo distruttivo di quanto è stato fatto. Al contrario: si tratta di un tentativo di ribellione nei confronti di coloro che IMPONGONO le loro idee come se quelle idee, quei punti di vista, debbano per forza essere la realtà.

 

Mi sembra di sentirli: “E’ così, e basta. Punto.”

 

Ma vaffanculo.

 

Tornando a noi. Dicevo che sono diventato vegan quando ho cominciato a percepire, ad afferrare, qualcuno (ripeto: qualcuno) dei miliardi di aspetti che compongono l’antispecismo. Quando l’impercettibile, impalpabile, indefinibile senso della parola antispecismo è entrato dentro di me.

 

Per cui sono vegan perché forse ho capito qualcosa, qualche aspetto, dell’antispecismo. Ma solo “qualche”. E di conseguenza tutt’ora sto studiando, con umiltà (quella che a molti manca), per capirne altri, di aspetti.

 

Una delle caratteristiche dell’antispecismo è, senza ombra di dubbio, quella di INCLUDERE, poiché è dall’antispecismo che si dovrebbe partire per mutare a 360° il nostro stile di vita.

 

Includere significa non alzare mai barriere. Includere significa non agire mai con rabbia.

 

Includere significa non criminalizzare ciò che eravamo pure noi cinque minuti prima.

 

Questa mia convinzione mi ha precluso l’amicizia di taluni sedicenti anarchici, con i quali ho condiviso mio malgrado molto, ma per fortuna non tutto. Anche fra gli animalisti, vi assicuro, ho generato non pochi risentimenti nei miei confronti.

 

Sovente, tanto fra gli anarchici quanto fra gli animalisti, possono esserci esseri umani che partono da un punto di vista antropocentrico. In tal modo essi guardano all’antispecismo come a “uno degli” aspetti di un possibile modus vivendi, condivisibile in un’ottica “anarchica”, oppure “animalistica”.

 

In pratica vedono l’antispecismo come un aspetto e non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di rimettere in discussione le proprie radici, mettendo l’antispecismo alla base di ogni altra riflessione.

 

Alcuni esempi: “sono nato comunista e comunista rimango”, “sono anarchico dalla placenta e parto sempre da questo punto per affrontare qualsiasi argomento”, “invece di filosofeggiare, rimbocchiamoci le maniche e agiamo per salvare qualche peloso che ha bisogno urgenteeeeeee di uno stallooooooooo”…

 

Vi giuro che cominicio a essere stanco di tutto questo.

 

I tre esempi che ho citato sono frasi estrapolate da discorsi sentiti con le mie orecchie (ovviamente in ambienti diversi) o letti spesso pure su facebook o su altri luoghi della rete.

 

TENGO A PRECISARE CHE NON TUTTI HANNO QUESTO ATTEGGIAMENTO, E TENGO A PRECISARLO PERCHE’ CON QUESTO CALDO FRANCAMENTE NON HO LA FORZA DI SOPPORTARE REAZIONI INCONTROLLATE DA PARTE DI CHI LEGGE SEMPRE SOLO UNA RIGA SI E TRE NO…

 

Comunisti, Anarchici, Animalisti, Zoofili, tutti: quando obietto loro che queste frasi che vengono abitualmente dette da ALCUNI di loro (ripeto: solo alcuni) sono semplicemente ridicole, sapete cosa obiettano? “Beh, ma pure tu, con il tuo antispecismo, non ne stai facendo anche tu una religione?”

 

Come se l’antispecismo potesse essere anche solo paragonato a qualsiasi altro modo di pensare. Come se l’atto del chiedere, umilmente, di RIBALTARE il proprio punto di vista, e osservare il mondo sforzandosi di farlo come lo fanno gli altri individui che popolano il nostro pianeta – siano essi balene o aquile – sia paragonabile a una qualsiasi corrente di pensiero “umano” …

 

A quel punto mi rendo conto che non posso continuare. Queste persone non abbandoneranno mai l’antropocentrismo sin troppo radicato nella loro anima. Dissertare con costoro sull’agire CON amore è impossibile. Un anarchico che vuol far credere che l’antispecismo può essere una corrente filosofica INGLOBABILE nell’anarchismo ha – per me – lo stesso potenziale antropocentrico di un macellaio o di un allevatore di cincillà.

 

Nei confronti dei primi ovviamente non alzo barriere, ma rivendico il diritto di dire loro quanto stanno sbagliando. Nei confronti dei macellai o degli allevatori, al contrario, preferisco non entrare in collisione, riservando le mie energie per un dialogo sereno con persone che non sono informate e che se lo fossero diventerebbero vegan al più presto.

 

Essere vegan significa esserlo non solo nella propria alimentazione, ma esserlo a 360°. Significa dunque avvicinarsi a chi queste scelte non le ha ancora fatte, ma che potenzialmente è in grado di farle. Sta a noi, che già siamo vegan, approcciarci alle persone che “sentiamo” possano diventare vegan a breve.

 

Mi si dirà che questa è una strategia come un’altra. Vero.

 

E’ una strategia come un’altra. Ma è vincente.

 

Mi si dirà che è una strategia di comodo. Vero.

 

E’ una strategia di comodo, perché è più facile convincere (AD ESEMPIO) una ragazza sui venticinque anni che ha visto Earthlings ed è vegetariana da 6 mesi, piuttosto che un ultracinquantenne maschio, magari di cultura rurale, che concepisce le feste paesane solo se si arrostisce la salsiccia.

 

E’ vero, mi rendo conto: è una strategia di comodo.

MA.

E’ anche vero che se io, se noi convinciamo TUTTE le venticinquenni (e più siamo e più ci riusciamo) a diventare vegan, automaticamente il mondo cambia. Perché a loro volta le venticinquenni convincono le ventiquattrenni e anche qualche venticinquenne maschio

 

Mi si conceda una parentesi su questa piccola innocente battuta: essere antispecisti significa anche essere antisessisti, ma essere antisessisti non significa non ammettere differenze fra maschi e femmine: la sensibilità femminile, infatti, sull’argomento sofferenza animale è di gran lunga più evidente che negli appartenenti al mio genere (in nome dell’antispecismo non mi costa più ammettere una cosa simile, e lo faccio con estrema serenità).

 

Ritengo che colpevolizzare chi ancora si ciba di carne (e ci prende in giro) sia l’ultima azione che un vegan debba fare. Ignorare costoro e proseguire per la propria strada è senza dubbio più produttivo: si ha più tempo per le cose giuste.

 

Arriverà il momento per tutto. Quando si sarà in tanti, ma con le idee ben radicate, solo allora si potrà andare a far casino alla “Sagra della Salsiccia” con la consapevolezza di ottenere risultati concreti. Oggi ci si va lo stesso, a protestare (ED E’ GIUSTISSIMO, PER CARITA’), ma spero ardentemente che non ci sia nessuno che pensa seriamente che queste azioni possano, ORA, sovvertire un ordine costituito.

 

Quando saremo in tanti non saremo più considerati “i soliti esaltati dei verdi”, come a volte mi sentivo apostrofare quando – avendo ancora il fisico – andavo partecipando alle battute anti-cacciatori all’alba.

 

Quando saremo in tanti non vedremo più quei sorrisetti ironici stampati sulla bocca degli ignoranti.

 

A questo punto, torniamo al titolo di questa nota.

 

Molti affermano che cineforum, assaggi e cene vegan, banchetti informativi, proteste e quant’altro facciamo un po’ tutti, siano un ottimo veicolo di informazione per far sapere, a chi ne ignora l’esistenza, che c’è l’opportunità di conoscere un’altro modo di vivere.

 

Vero. Verissimo.

 

Sono dell’idea che queste sono cose utilissime per divulgare. Ben vengano.

 

Vi faccio una domanda. “Utilissimo” per voi significa “sufficiente”?

 

Non credo.

 

Penso che chiunque di noi, che queste cose le fa da tempo (e che do per scontato che le faccia: è il minimo sindacale se si proclama – a volte con orgoglio – vegan) non può neanche lontanamente pensare che ciò sia il senso ultimo della sua vita.

 

Se le fa, quelle cose, le fa perché crede in un mondo diverso, in un mondo cruelty-free.

 

Ma mi auguro che speri, e non smetta mai di sperare, di poter fare cose ancora più significative, azioni che segnino il cammino culturale e sociale verso un mondo senza sofferenza animale. Mi auguro che sappia che qualsiasi cosa faccia in questa direzione non è mai sufficiente e che quindi ci si deve sforzare per comprendere che è tempo di abbandonare le menate legate all’immagine e si proceda verso un impegno costellato da pensieri e azioni più concrete.

 

Per “menate legate all’immagine” mi riferisco in particolare alla volontà di etichettarsi (molto modaiola) che non fa altro che erigere le barriere più odiose, quelle che portano poi alla costituzione di fazioni, di frontiere, di recinti, di repressione, e via dicendo.

 

Anche la innocente “v” contornata da un circolo, quella Ⓥ che molti vegani adottano nel proprio nome, può diventare un “NOI” contrapposto a un “voi”… E’ antispecista, questo?

 

Lo sto chiedendo non con polemica, ma per capire, giuro!

 

E’ più importante dire che “sono vegano” o ha più senso concentrasi sulle cose da fare?

 

Eccola, la profonda differenza fra l’esprimere una propria identità forte e far conoscere le proprie azioni. Sono sfumature? Non credo. Parliamone.

 

Sappiamo molto bene, infatti, che molto spesso ci sono individui umani che si autoproclamano vegani, oppure razzisti, oppure animalisti, oppure comunisti, oppure fascisti… Costoro fanno in modo che la loro identità generi il loro comportamento: “faccio così perché sono così”.

 

Vogliamo cadere nel medesimo errore?

 

Non sarebbe meglio evitare?

 

Altra considerazione. Da qualche anno (ahimè) esiste il Veggie Pride. Sappiamo tutti cos’è e quindi non mi dilungo. Gli scopi di quella manifestazione consistono (cito testualmente) nell’ “Affermare il nostro orgoglio di rifiutare di far uccidere Animali per il nostro consumo”, “Denunciare la vegefobia”, “Affermare la nostra esistenza (di vegani/vegetariani)”, “Difendere i nostri diritti”.

 

E’ evidente che l’attenzione di questi slogan è incentrata sugli umani. E’ antispecismo, questo?

 

Lo sto chiedendo non con polemica, ma per capire, giuro! (e sono due).

 

Trasferire il focus dalla condizione animale alla condizione degli Umani vegani vuol dire tentare di fortificare tale identità, quella “veggie” (che tra l’altro per me è un termine odioso perché accomuna persone che hanno fatto determinate scelte ad altre che ne hanno fatte solo alcune e allora come la mettiamo con le etichette?), trasferire tale focus, dicevo, può generare rischi anche in termini legati alla informazione tout court.

 

Mi chiedo: perché mai devo essere catalogato secondo gli stereotipi e i modi di classificazione del sistema vigente?

 

Perché devo essere trasformato e DIVENTARE UNA PARTE del sistema stesso?

 

Perché devo essere “digerito” dall’ordine costituito?

 

Perché devo essere considerato un individuo da riserva indiana?

 

Scusate, non ci sto.

 

Io agisco CON amore, mai PER amore. Non ho “bisogno” di amore incondizionato da parte di alcun individuo, sia esso un umano, sia esso un cane, sia essa una giraffa.

 

Se agissi per rabbia, sbaglierei. Perché dietro la rabbia c’è sempre un profondo dolore.

 

E “CON” amore, faccio di tutto per trasformare in regola ciò che ora è ancora eccezione.

 

Lidio Maresca (16 giugno 2010 – Facebook.)