Aspetta, dove stai andando?

Aspetto il treno, una delle tante stazioni, delle tante banchine, dei tanti luoghi di attesa. Aspetto. Il treno arriva, mi siedo e guardo fuori, non aspetto più, eppure sono in attesa di arrivare da qualche parte. L’attesa dissipa i frammenti di ricordi, li libera dal disturbo del quotidiano e te li getta addosso. Allora ricordi quando eri bambino, quando aspettavi il natale, il compleanno, la fine della scuola, le vacanze. La nostra attesa, quella di noi umani, a volte è felice, i ricordi non lo sono mai, non c’è più niente da aspettare. Poi penso all’attesa di altri da noi, gli animali per esempio, loro aspettano chi amano, aspettano di morire dietro una gabbia, dentro uno stabulario, in un allevamento. L’attesa ha il sapore amaro della libertà, amaro perché precede la morte. L’attesa è la catena che si spezza, il biglietto di sola andata, il posto unico per la fuga. Allora che sapore ha l’attesa quando è una agonia? Ogni singolo individuo, che sia umano o animale non umano, lotta per liberarsi dall’attesa che compromette il piacere del viaggio, la bellezza dell’osservare fuori dal finestrino cosa accade, contare le nuvole, gli alberi, guardare il movimento del mondo che scappa. L’Universo è in continuo movimento, le stelle, i pianeti, tutti i corpi celesti non sono in attesa, noi umani dell’attesa ne abbiamo fatto uno stimolo. A piccoli passi si procede, attesa dopo attesa, ci si incammina verso una direzione. E se tornassi indietro? Se la linea percorsa in una sola direzione decidessi di farla a ritroso, À la recherche du temps perdu? Troverei gli stessi ricordi che aspettano me o un insieme di confuse vicende che si sono mescolate? L’attesa diverrebbe il viaggio multidimensionale, come una supernova che esplode dando vita a un buco nero, che nella sua oscurità, famelico, ingoia ogni istante, ogni ricordo, ogni stilla di vita. Ma indietro non si può tornare, tranne nel sogno. Il sogno recupera l’attesa, vibra alla frequenza di altri mondi, infiniti, stratificati. La ruvida sensazione di solitudine, nel sogno la puoi rendere una liscia palla di vetro, una pietra magica, una lucida sensazione di poter essere Tutto. Non c’è errore, Tutto è perfetto, a Tutto c’è rimedio. Il sogno all’alba si scioglie, finisce nei ricordi, quelli che si presentano quando si aspetta il treno. Io li porto con me, in una grande valigia, non aspetto che tornino, nell’attesa; sfoglio il tempo come fosse un diario, il mio libro dei racconti. Le parole sono il filtro, tra l’attesa e la meta, la poesia è il treno che percorre, tra una stazione e l’altra, la linea infinita, può tornare indietro o andare avanti, nessuna attesa, nessun ricordo dimenticato. È tutto scritto, il tempo non conosce attesa, non aspetta nessuno e io, con la mia valigia e il mio libro di racconti, mi sposto, con il vento che mi spinge, con la schiuma del mare, con le orme sulla sabbia, loro sì che aspettano che il mare le cancelli.