Antropocentrismo e violenza

Rinunciare all’Ego per conoscere l’altro da noi

Cosa c’è di conosciuto o sconosciuto nella violenza? La violenza con la quale conviviamo ogni giorno della nostra esistenza è un male sottile, sotterraneo e subdolo.

Quella che subiamo è una pioggia nera che scivola via, si adagia sulla pelle per poi tornare sul terreno dei ricordi, più o meno nitidi.

Ci sono azioni violente che feriscono indelebilmente il nostro Essere, ferite che non si rimarginano, che riflettono ciò che siamo; la fatica di curarle dura una vita, tutta una vita.

La violenza dell’infanzia, il momento cruciale della nostra crescita, dei nostri paradigmi, degli schemi che creiamo e moduliamo, è la fase nella quale decidiamo cosa intendiamo o percepiamo per violenza. L’attrito con la realtà, le incomprensioni, la solitudine. Io sono Io, ma gli Altri chi sono? Cosa sono Io in relazione con Loro? È nell’infanzia che decidiamo Chi siamo.

Ma la violenza, intesa come distruzione dell’altrui benessere, come indegna prevaricazione, verbale o fisica che sia, è un sistema di rottura dell’Altro da noi, di dimostrazione della superiorità – apparente – di un Essere vivente nei confronti di un altro, umano e non. E proprio questo distinguere il significato, a volte parziale, della parola come Azione e non concetto, include l’Universo di Altri da noi, altri esseri viventi vessati e violati nella loro dignità e diritto all’esistenza.

 

La prevaricazione umana si esprime inconsapevolmente nel considerare altri esseri viventi cose e non individui. Siamo sulla sommità di una piramide fatta di cadaveri e morte, senza pensare che la vera essenza della vita è circolare, non piramidale. Non siamo la specie dominante, bensì quella più debole, che non si adatta ai mutamenti naturali, che muta, egli stessa, l’andamento fluido dell’evoluzione, imponendo con violenza il proprio Ego, la propria presenza, il crudele modello antropocentrico di rivalsa.

Antispecismo è la parola che contrappone, finalmente, un modello di rispetto e dignità nei confronti dell’Altro da noi, che sia pianta, insetto, animale, minerale, ciò non importa. Superare le barriere che limitano la relazione, la distorcono, la rendono violenta, appunto, è l’unica via per convivere con le differenze; la sana visione che abbraccia la diversità di ogni natura e esclude qualsiasi forma di violenza.

Ho sempre pensato che la violenza fosse la forma di paura peggiore, la paura dello sconosciuto, del diverso, del lontano. Ciò che non si conosce fa paura e si manifesta nella volontà di ledere prima di essere lesi.

Gli schemi che provocano questo tipo di re-azione sono culturali, per lo più, indotti dalla società fortemente violenta, che si basa sulla predominanza e non sull’accoglienza. Sovvertire questo schema è una scelta consapevole di auto-determinazione: Io scelgo di non essere, scelgo di conoscere, scelgo di scegliere. Lo stato delle cose è una illusione, ognuno di noi può cambiare, può modificare la realtà. La scelta semplice di non nutrire la parte peggiore che genera violenza, in noi, può cambiare la vita di tanti esseri viventi, scegliere di Non essere violenti assume un significato universale, restituisce la dignità della vita e il Diritto di esistere. Essere umani è la responsabilità più grande, perché si crea, nella parola stessa “umano” la spaccatura tra due significanti: compassionevole e aggressivo.

Decidiamo, da umani, da quale parte stare. Restare umani potrebbe significare il non cambiamento, la stasi e la fine lenta e inesorabile della nostra specie, l’unica su questo pianeta che causa danni e violenze con la piena consapevolezza di averne il diritto. Niente di più falso naturalmente, il diritto di poterlo fare è l’illusione di chi sa di avere i giorni contati.