Alienazione

Mi hanno raccontato che esistono ombre che si nutrono di paura.
Che vivono di notte, viaggiando di bosco in bosco, da una dimensione all’altra.
Forse volevano spaventarmi.
Ma io non sono mai stata come gli altri bambini, non ho mai avuto paura del buio.
Del buio in sé, intendo.
Crescendo mi sono accorta che l’idea di quelle “ombre” è rimasta cesellata nei miei respiri, mentre il pensiero cosciente s’intrecciava con le percezioni dell’oltre, provavo forte l’attrazione per loro, come se da esse dipendesse l’inquietudine che mi muove, la pace che non trovo.
Come se, prendendomi, potessero liberarmi.
E quando sono stata libera di scegliere, ho scelto esattamente questa casa, emblema dei miei spasmi. Isolata, abbracciata ai quattro lati dall’anima oscura della natura, tra assenza e incombenza, tra la voce che non tace mai il suo scorrere e il buio che avvolge: un cimitero, le montagne, un ruscello e il bosco.
Il bosco delle mie ombre.

 

Fa freddo stasera, più del solito. Gironzolo per casa, inquieta, facendo “cose”. La tv urla parole senza senso, visto che non l’ascolto, mentre nel cervello il sussurro del rettangolo nero della finestra chiama come un canto di sirena. Mi affaccio, di nuovo, scrutando il vuoto. Emana scintillio. Quel sorriso malizioso di luna rende luminescente la neve, facendo risaltare ancora di più il varco oscuro tra gli alberi.
“Vieni a dormire” miagola il mio gatto. Infine mi decido, sono le due passate, infilo il cappotto sopra il vestitino che uso per andare a letto, gli stivali ed esco.
Il silenzio è totale, a parte il cricchiare della neve ghiacciata. Respiro aria gelida lasciando uscire con il fiato il desiderio di svanire. E poi lo vedo, immobile, lama in mano. Mi fermo. Lui aspetta.
Aspetta me.
Mi basta un attimo per intuire, finalmente.
Tremo, so che lo percepisce, ma non voglio cedere.
– Dimmi, perché vuoi la mia anima? – sputo dando un tono al tono.
– Non sono io a volerla, se tu che te ne vuoi disfare – sibila.
Sbalordita riconosco la voce che risuona nelle mie voglie fin da bambina. Faccio qualche domanda ancora, solo per sentire il miele velenoso carezzare il mio udito. So che non aspettavo altro che liberarmi di me, e acconsento, senza comprendere pienamente a cosa.
Fischia nell’aria la lama e si confonde con il suono che la sua gola emette -ahiiiiiiiiiish-, sembra uno stridio, un urlo che annega i miei timpani stupefatti. Non so che significa, non capisco, ma comprendo.
Nel movimento che mescola il metallo alla mia carne vedo il riflesso delle stelle e poi il buio dell’universo, mentre sento la testa d’improvviso leggera. Volo verso terra, a rallentatore, sorridendo dell’avverarsi del mio sogno di liberazione.
Il freddo del ghiaccio e un calore liquido mi accarezzano, ma non muoio, non ancora. Alzo lo sguardo verso lui, che di nuovo immobile mi fissa guardando lontano. Perplessa, delusa sento quella che era la mia voce vibrare nell’aria.
– La tua lama ha fallito, io sono viva –
Ma poi le parole si fanno rumore, oscillazioni, linee nell’aria, mentre mi intima di tacere.