9 dicembre

9 dicembre

Corro.

A falcate lunghe, i piedi non toccano il terreno, non sento la fatica.

Non c’è sentiero, scosto l’erba a furia di vento che guida i miei passi.

Piccoli topi bianchi corrono al mio fianco senza superarmi.

Ho tra le mani un flauto che non occorre suonare, la musica si produce autonomamente, posso vederla ma non ascoltarla è un fumo bianco che si dipana nell’aria come una boccata di vapore trascinata dal vento, senza dissiparsi mai.

Cambia forma continuamente, ora è un cane, ora un mulino, ora una donna con i capelli sciolti.

Che io non senta la musica rimane per me un mistero: in fondo sento il martellare del cuore e il fischio del vento. Giungo presso un vecchio seduto davanti ad una scacchiera che pare assorto nello studio della partita.

Mi fermo e senza chiedere il permesso mi siedo notando immediatamente un varco nelle difese del vecchio. Cerco di muovere il pezzo ma è come incollato alla scacchiera, il vecchio sorride soddisfatto del mio stupore. Ma quando abbandono il pezzo questo si muove autonomamente e si pone nella posizione di vantaggio che avevo visto. È il turno del vecchio stralunarsi di stupore. Mormora un’imprecazione e muove il suo pezzo in difesa, lui deve trascinare il pezzo con molta fatica, come fosse molto pesante. E deve esserlo per forza perché lascia alcune tracce di abrasione sul legno della scacchiera.

Al mio turno tocco appena un pezzo ma involontariamente ne sfioro un secondo che si muove come il primo senza attendere altra conferma. Capisco allora che sono saltate tutte le regole vedo il vecchio inorridire mentre mi vede toccare tutti i pezzi che si muovono velocemente all’assalto dei suoi pezzi immobilizzati dalla loro stessa pesantezza.

I miei pezzi sono guerrieri bianchi dal fisico agile e asciutto mentre quelli del vecchio sono possenti e coperti di spesse armature. Le armi balenano ma è chiaro fin da subito che l’agilità dei bianchi avrà la meglio alla fine, i neri colpiscono con potenza e maestria ma non possono voltarsi e i bianchi spesso hanno ragione di loro colpendoli alle spalle. La scacchiera ribolle di sangue rabbioso, il vecchio guarda lontano senza più alcun interesse per la partita mentre io sono vinto dall’ansia di vincere. Quando l’ultimo guerriero nero cade è rimasto in piedi un solo guerriero bianco, ferito e visibilmente provato. Si guarda attorno misurando con lo sguardo il campo di battaglia ingombro di carneficina infine alza lo sguardo verso di me e mi rivolge un muto rimprovero colmo di dolore.

“Valeva la pena vincere?” mi chiede il vecchio “Non era meglio giocare?”

“Si” rispondo “Vale sempre la pena vincere”.

Poi mi sveglio inquieto.