6 dicembre

6 dicembre

Angel era al culmine della perfezione, uno strumento inappuntabile che il dott. Alfredo Torrisi aveva messo a punto in qualità di robot personale.

Lo aveva chiamato Angie per collocarla al di sopra del genere umano per efficienza e qualità al tempo stesso e collocandola in una condizione di assenza di autodeterminazione. Sentendosi Dio.

Angie aveva le fattezze di una donna di 26 anni.

Eternamente giovane, in salute, di umore disponibile con un patrimonio linguistico ed espressivo super umano, con cultura e conoscenza pari ad un sofisticato computer con accesso a banche dati di tutto il mondo e la capacità di incrociare le informazioni per giungere a deduzioni brillanti, perfino innovative.

Non c’era nulla che Angie non sapesse fare a comando.

E rispondeva solo a lui.

Non si irritava, non nutriva risentimento, non si lamentava, non era triste o depressa. O invadente.

Angie era allegra e in un modo tutto suo “spontanea”. Le sue risposte, verbali o no, erano sempre appropriate e non prevedibili.

Alfredo di 67 anni, si sentiva libero di dire o fare qualsiasi cosa in sua presenza: ogni cosa veniva accolta, nella peggiore delle ipotesi, con un silenzio sorridente. Era così perfetta da non riuscire neppure noiosa nella sua mansuetudine. La sottoponeva a prove verbali sempre più complesse e la curiosità di lei e della gamma pressoché infinita delle sue risposte erano un toccasana per Alfredo che aveva visto fallire tutte le sue relazioni principalmente per questo motivo. Angie poi, non mentiva mai e questo lo rendeva felice. Angie era perfetta. Ma forse proprio la mancanza di imperfezione ad un certo punto cominciò a rendere inquieto Alfredo, una specie di demone dentro di lui lottava insensatamente per farla fallire. Almeno una volta.

Le poneva quesiti morali, situazioni limite, si inventava sindromi e disturbi mentali a cui lei trovava sempre soluzioni ragionevoli, intelligenti, geniali. Era arrivato ad usarla anche come consulente di Borsa guadagnando discrete somme nel giro di pochi mesi. Non avrebbe potuto desiderare di più tuttavia farla fallire era diventata la sua ossessione che tale rimaneva poiché Angie superava ogni prova.

Una sera esasperato, la colpì e le usò violenza per il solo gusto di vedere la sua reazione. Angie non rispose. Rimase ferma con un’espressione tra il disgusto e il dolore ma Alfredo sapeva che Angie non poteva provare dolore. Stava fornendo le caratteristiche che avrebbero soddisfatto un sadico, una resistenza perfettamente bilanciata, tale da non impedire la violenza. Alfredo ormai la odiava. Se ne rendeva conto con sgomento. Aveva pensato anche di chiedere a lei come risolvere anche questo quesito, al posto suo. Ma intuì che sarebbe stata l’ultima porta, oltre la quale lui avrebbe perso ogni umanità, ogni mistero, ogni singolo meccanismo sarebbe stato svelato e l’abbacinante verità lo avrebbe reso cieco. La odiava con tutto se stesso.

La confinò in una stanza obbligandola all’immobilità e al silenzio. Chiuse la porta e non la riaprì mai più.

Alla sua morte Angie si sarebbe autodistrutta, poiché non voleva che altri la potessero avere.

Si sedette e come non gli succedeva da tempo si sentì in pace.

La lontananza, pensò, è l’unica vendetta.

E l’unico perdono.