3 dicembre

3 dicembre

Il bar era semideserto.

Avevano scelto un tavolino appartato, senza che ci fosse motivo.

Un’abitudine, una comune sociofobia.

Il barista venne a prendere le ordinazioni che esaurirono in fretta.

Il tavolo era stato pulito poco e male e appoggiandoci le mani lo si percepiva appiccicaticcio.

Tutto, quella mattina, portava i segni di qualcosa di irrisolto, che restava appiccicato alla pelle.

Ogni tanto lui la guardava.

Lei restituiva uno sguardo interrogativo.

Lui voltava la testa, attendeva. Tentò una carezza sulla mano a cui lei non rispose. Tolse la mano per guardare l’orologio e disse “devo andare”.

Lui si alzò per primo per pagare il conto, lasciando che fosse lei a prendere le borse degli acquisti che avevano fatto.

E fu allora che li vide: decine di corvi distribuiti ovunque.

La gente non pareva farci caso. Al punto che credette di essere lui, l’unico a vederli. Lo convinse del contrario il barista che con uno straccio cercò di allontanarne uno dal bancone ricevendo un colpo di becco sul dorso della mano a cui reagì imprecando.

Fuori, non era meglio: i corvi erano una presenza oggettivamente inquietante, sembrava uscissero da ogni angolo e oscurassero tutto. Una donna urlò e lascio cadere i pacchetti che teneva in mano, i corvi si avventarono sul quel bottino straziandolo di beccate. La donna si allontanò senza voltarsi apparentemente incurante del danno. Un mendicante allungò un calcio ad un volatile che lo infastidiva e questo provocò un assalto da cui non potè difendersi. Lo attaccarono tutti insieme, a decine. Lo lasciarono a terra, nel sangue, probabilmente morto.

Lei disse. “Non ce la faccio più a sopportare”

“ I corvi?” chiese lui

“No, il non poter fare nulla”

“Cosa vorresti fare?”

“Dormire”

Lui fermò il tempo.

La prese per mano e la portò in un albergo, scelsero una camera libera e senza corvi. Lei si spogliò e si mise a letto. Dormì una settimana. Lui la svegliò unicamente per i pasti e lei si alzò solo per i bisogni fisiologici. Quando fu sazia di sonno si incamminarono in un mondo silenzioso e fermo. Viaggiarono a piedi, curiosando nelle vite sospese degli altri.

Dormivano dove capitava in genere nelle suite degli alberghi, mangiando a sbafo, osservando tutto con curiosità, amandosi talvolta.

Dopo un anno arrivarono al mare.

Il mare fermo era una sofferenza ma dopo un po’ si abituarono.

“Si può vivere così per sempre?” chiese lei.

“Finché lo vuoi” rispose lui.

“Mi sembrava di essere all’inferno, un anno fa”

“L’inferno non esiste, l’inferno sono gli altri”.

Sorrisero, un altro mondo era sempre possibile, dopotutto.