20 dicembre

20 dicembre

L’uomo aveva 60 anni e il pene flaccido.

Non sempre ben inteso, ma ormai da tempo non superava la soglia del “superbarzotto” ossia una rigidità al limite della sufficienza e con pericolo costante di finire sotto la soglia della normale operatività.

Non era un problema primario visto che la ragazza che amava traeva cmq soddisfazione dai loro rapporti. E neanche di orgoglio maschile legato alla virilità non era mai stato un socio del club celodurista, era piuttosto uno di quei confini che gli umani percepiscono come un cambio d’età.

Il primo lo aveva avuto prima dei 40 anni quando per inseguire una rasatura efficace aveva dovuto tendere la pelle gonfiando le guance. Specchiandosi con quell’espressione da pesce palla un po’ congestionato si era reso conto che un periodo era trascorso e concluso. Il poster di Che Guevara lo guardava severo e quello di Ghandi con una malcelata malinconia. Anche il divano, testimone di qualche capriola audace era ora la tana paziente dove acciambellare la sua pigrizia. Era sbiadito, si sbiadito, ecco il termine giusto, logorato dal tempo, ancora solido e rispondente ai suoi desideri ma sbiadito.

Aveva chiesto all’andrologo una pillola che lo riportasse all’antico turgore ma dopo averne cambiate tre si era reso conto che era in atto una mutazione diversa. Una consapevolezza di tipo psicologico che lo obbligava ad un percorso verso sé stesso, dove avrebbe trovato soluzione permanente o una resa incondizionata. E a quest’ultima non era affatto preparato. Tuttavia anche il permanere in questa condizione lo lasciava vagamente insoddisfatto e non sapeva risolversi sul da farsi.

Dai sedici anni fino al suo passato prossimo più recente lui era stato fermamente convinto che il piacere sessuale fosse equamente distribuito, a livello di sensazione, tra i due sessi, ma che solo uno dei due, il polo maschile, provasse quell’esigenza pervasiva del concupire.

Era inconsciamente convinto insomma, che le donne scoprissero (eventualmente) il piacere solo dopo averlo provato e che quindi non lo cercassero attivamente ma accogliessero il desiderio maschile, per affetto o per amore e, come una sorpresa o un regalo che la natura usasse per risarcirle del loro buon cuore, il piacere si manifestasse.

Ciò che era solidamente radicato in lui, in altre parole, era che le donne non avessero mai “voglia” ma che vi si adattassero misurando la sensibilità e la gentilezza con cui l’uomo, entrasse in punta di piedi nella loro intimità, cercando di dare il minor disturbo possibile. La ragazza che amava e che aveva incontrato a 60 anni, aveva sovvertito questo principio. Erano saltate tutte le sue convinzioni di essere una brava persona e si era fatto largo invece la consapevolezza di essere un fesso.

In primo luogo perché nella sua vita aveva perso decine di occasioni in cui non aveva capito, anzi nemmeno supposto di poter essere desiderato da qualcuno e in secondo luogo perché doveva ammettere che non c’era alcuna argomentazione ragionevole che negli anni avesse potuto supportare le sue convinzioni.

Aveva voluto credere che fosse così. Punto.

E aveva voluto credere che tutto il mondo, soprattutto maschile, fosse odioso perché pur sapendo ciò che l’uomo considerava una verità assoluta, si comportava egoisticamente solo per soddisfare i propri bassi istinti.

E se la ragione, se pur scossa, poteva aprirsi ad accogliere la realtà. Il corpo testardamente la rifiutava. Il suo corpo continuava imperterrito a negare che fosse normale ( e non brutale) avere rapporti con un altro essere umano in condizioni di pari “desiderio”. Il corpo continuava a cercare motivazioni “nobili” e non trovando riscontro nella ragazza di cui si era innamorato rispondeva con un’assenza che, ovviamente, era molto poco pratica.

La ragazza per altro, aveva fatto ogni tentativo per aiutarlo ma si era dovuta arrendere all’evidenza che fosse un passo che poteva fare solo lui. Più che proporgli una visione della realtà non aveva potuto fare e, a ben guardare, era già moltissimo.

L’uomo cercava quindi una soluzione non facile per uscire dal labirinto in cui aveva vissuto. Con il tempo che gli lavorava contro. E con l’ansia che la ragazza, unico filo di Arianna, potesse legittimamente stufarsi delle sue incertezze per approdare a relazioni meno complicate.

Il corpo, simile al Minotauro, voleva rimanere nel suo labirinto, indossando caparbiamente la testa mostruosa di un toro.

La soluzione avvenne per caso.

Avrebbe imposto al corpo la realtà di una erezione meccanica, insopprimibile e ineludibile. Che il corpo fosse convinto di quello che voleva, la soluzione non era tirarlo fuori dal labirinto ma abbattere le mura con le ruspe.

Prima di affrontare l’operazione l’uomo sbirciò il cartellino del chirurgo.

Enrico Teseo.

Decisamente un segno.