2 dicembre

2 dicembre

Piacere e dolore.

Ester cercava di conciliare questi due elementi.

Nella sua vita aveva conosciuto il dolore. Un incidente domestico l’aveva segnata sulla pelle con profonde cicatrici quando era molto piccola. Le cicatrici erano cresciute con lei, si erano allargate formando terre, valli, altopiani, su cui aveva sentito posarsi le sue dita o quelle degli altri come passi di viandanti estranei che non avrebbero conservato memoria del suo corpo.

Ester era fuggita dal suo corpo. In principio sviluppando la fantasia, la mente.

Da adolescente provò la tentazione dell’empatia: le riusciva bene ma la esponeva a quel “tocco” che conosceva bene e fece fare alla sua mente un brusco cambiamento di rotta. Decise che sarebbe stata la logica, la sua guida.

Capelli raccolti e tirati sulla nuca, vestiti asciutti nei colori e nelle forme, nessun gioiello. Ester rifuggì i terreni infidi del sentimento, dell’emotività, dell’incertezza, dell’azzardo.

Ester era fuggita, fino a quella sera.

Ester non se lo spiegava. Probabilmente un eccesso di sicurezza… non ne aveva molti ma ogni tanto si compiaceva di chi lei fosse, della sua consapevolezza, della sua capacità di analisi. E si sentiva forte abbastanza da attraversare indenne un percorso sconosciuto.

Qualcosa che, dopo, le avrebbe consentito di di aumentare la sua autostima., non perché non ne avesse a sufficienza ma perché considerava che possedere una stanza in più significava semplicemente avere una casa più grande.

Marco era un avvocato. Serio, garbato, intelligente, eticamente irreprensibile e anche gradevole d’aspetto.

Ed era stato l’aspetto, riconosceva ora Ester, a condurla ad aprire una stanza di cui non sospettava l’esistenza.

Era stato un angolo della bocca, una parte, un dettaglio del suo sorriso che aveva interessato Ester. Una sorta di leggero difetto che le aveva fatto intravedere un lato nascosto, subdolo, accattivante. Un lato che aveva voluto provare a misurare, senza immaginare che quell’esperimento l’avrebbe portata passo dopo passo a conoscere una componente del tutto nuova della sua passione.

La passione lei la conosceva, ma la controllava, sapeva farla sorgere, sapeva goderne e poi uscirne come si abbandona l’acqua di una piscina, semplicemente asciugandosi e dimenticandola fino alla volta successiva.

Con Marco era stato diverso.

Quando era uscita dalla piscina si era portata dietro tutta l’acqua, lasciando la vasca vuota.

Lui l’aveva amata mescolando piacere e dolore e lei si era lasciata guidare trovando la miscela esaltante. Al punto da portarsela dietro, dentro. Al punto che quella stanza conquistata metteva in ombra tutta la casa.

Per Ester non era stata un’illuminazione ma piuttosto un evento catastrofico naturale che le aveva scoperchiato la casa. E non le piaceva.

In primo tempo pensò che se avesse chiuso semplicemente la porta della stanza il tetto sarebbe ricomparso come d’incanto ma sapeva che non poteva essere e se anche fosse stato non voleva che fosse così.

Marco non era presente anzi piuttosto saltuario e questo non le spiaceva perché voleva risolvere in proprio la questione, ma forse, pensava, se l’avesse visto di più lo avrebbe ridimensionato, non avrebbe riempito i “vuoti” con quello che “pensava” di lui, ma con quello che lui era veramente.

In fondo, le relazioni che aveva, duravano nel tempo perché passava molto tempo tra un incontro e l’altro e ogni volta era un’occasione interessante, le novità stimolavano la sua curiosità e il suo desiderio.

L’ingrediente più prezioso perché un amori duri è l’assenza diceva Celine nel suo libro “Viaggio al termine della notte”.

Decise che doveva vederlo, di nuovo, subito.

Aveva bisogno di realtà, di andare fino in fondo, di sezionare, scarnificare quel bisogno fino a renderlo logoro. E controllabile.

Lui acconsentì con quel sorrisetto furbo e una certa condiscendenza, come se le concedesse un favore a cui lei, in fondo, non aveva diritto.

Questo la irritava ma paradossalmente le dava anche sicurezza: fingeva di essere innamorata come una ragazzina del bell’avvocato che la faceva gridare di piacere e dolore insieme. A lui la vanità a lei la verità. Dopotutto era stata questa la sua paura più grande: che il bisogno di quella miscela la rendesse trasparente e accessibile fino dentro.

Durò quasi un anno.

Quando lo lasciò lui la prese molto male, anche se fece di tutto per nasconderlo. Ma non c’era più ragione per continuare: Ester aveva rifatto il tetto e la sua casa aveva una stanza in più. Bellissima.