15 dicembre

15 dicembre

La casa sta ai confini delle terre conosciute.

Là dove anche la neve si arrende e non prosegue sciogliendosi nel mare.

Io sono diretto là.

Forse oltre.

Non ho con me mappe o armi, né cibo né acqua per il viaggio.

Ho solo me stesso, ciò che posso portare dentro il mio corpo.

Esperienza, vissuto, sogni, paure, demoni. E speranza.

Non che io creda nella speranza.

La speranza non è uno strumento che si possa usare.

È inutile, inaffidabile e deludente, se usata.

Ma costituisce una credenziale e un discrimine.

Le persone senza speranze, i disperati, fanno scelte sbagliate, cattive, per sé in primo luogo e per gli altri di conseguenza.

La speranza segna un confine, una linea di demarcazione tra coloro che vogliono continuare ad evolvere e coloro che invece vogliono ristagnare come sabbie mobili, solo in attesa di qualcosa da affondare, nel soffoco delle loro spire.

La casa custodisce un mistero: pare sia disabitata.

Eppure molti si sono messi in viaggio per raggiungerla. E molti partono tutti i giorni. Supponiamo pure che la metà non raggiunga la meta. Oppure supponiamo che siano anche di più della metà. Ma una piccola parte, almeno uno dovrebbe avercela fatta. Per pura casualità. Anche gli orologi fermi per ben due volte al giorno segnano l’ora esatta.

Invece quella casa non è abitata.

È il motivo per cui si parte d’altronde.

Chi va in cerca della casa senza nome, vuole essere solo di fronte all’abisso.

Vuole rimanere sospeso tra i due mondi. Guardare la nebbia spessa che arriva dal mare, guardarsi dentro.

L’unica spiegazione è che chiunque giunga debba uccidere chi è arrivato prima di lui. O esserne ucciso.

D’altra parte questo accade già strada facendo.

Quando ci riconosciamo per via, ci ostacoliamo, ci tendiamo agguati, ignoriamo le richieste di soccorso, ci eliminiamo per selezione naturale.

Solo uno per volta giunge alla casa.

Io sono in viaggio da molto tempo, sono prossimo alla meta.

Eppure quando giungo sono sorpreso.

Pensavo fosse più lontana.

La casa è immersa nell’oscurità su uno sperone di roccia collegata ai miei passi da una lingua di terra scoperta.

Mi fermo. Siamo al crepuscolo, non conosco il terreno, né la casa. Se è vera la mia ipotesi sarei in netto svantaggio. Ma anche attendere e dormire al riparo di qualche roccia non è prudente. Potrei tornare sui miei passi fino all’ultimo villaggio abitato per riposare nella notte, ma sono diversi chilometri e questo non è un viaggio in cui si torna indietro. Decido di proseguire.

Non percepisco alcuna presenza.

Controllo con cautela ogni angolo dell’unica stanza che costituisce la casa.

Poi metto il paletto e mi accingo a dormire.

Sono attratto dalle ultime luci che filtrano dalla finestra che guarda verso il mare. Mi affaccio e lo vedo.

Un uomo di spalle che guarda il mare.

Si volta appena per uno sguardo fugace.

Forse sorride.

Poi si lascia cadere oltre il bordo.

Sono solo, unico padrone della mia vita.

La casa senza nome ai confini del mondo, ora, sono io.