14 dicembre

14 dicembre

“Sì”.

L’uomo fissò lo schermo del cellulare, in attesa che ci fosse un seguito, un qualsiasi seguito. Anche stupido magari. Ma lo schermo era muto e dopo pochi secondi si spense.

Decisamente Giulia lo faceva impazzire, sotto ogni punto di vista. Nel bene e nel male.

Giulia era una porta e talvolta ci si trovava da un lato, talvolta dall’altro.

Ora, che lei rispondesse a monosillabi non era grave in sé e Andrea non pensava che fosse reticenza. Non lo era.

Lei era estremamente netta e precisa e, quando voleva, sapeva usare le parole in tutta la loro potenza e ne rispettava il significato. Sapeva trarre dalle parole degli altri anche i significati che gli autori non avevano considerato. Sapeva misurare le persone dalle parole che dicevano e spesso nei suoi discorsi era altrettanto importante ciò che lei non diceva. Se non rispondeva ad una domanda era come un avvertimento che il terreno era minato e Andrea si era abituato a non insistere.

Se non era importante.

Il cellulare notificò un messaggio.

“Alle 15”

Ecco, aveva risposto a una delle domande che lui le aveva fatto in seguito al suo “Si” . Per curiosità guardò l’ora. Venti minuti. Ci aveva messo venti minuti per dirgli “Alle 15”. accompagnando la risposta con una faccina che voleva dire “come dovresti sapere”, il che faceva di Andrea un potenziale cretino o quanto meno un colpevole distratto. Era come se lei gli avesse detto “mi hai fatto una domanda sciocca” e chi fa delle domande sciocche? Uno sciocco naturalmente.

Andrea amava le parole, amava i particolari. Ed era curioso.

Quindi se chiedeva “Com’è andato il pranzo con Elisabetta? Sei stata bene?” la risposta “Sì” era come una spina piantata in un dito. In genere faceva una serie di domande che preludevano a risposte articolate e varie. Lui amava i racconti, non le risposte e lei delle tre domanda successive che le aveva fatto ( e che potevano aprire a tre diverse diramazioni) aveva scelto la più breve e insignificante: “alle 15 “.

Andrea era portato a pensare che le stava dando fastidio o che avesse cose più urgenti da fare. Così taceva. Non insisteva.

Dopo un ‘ora lei mandava un messaggio. “Stai bene?”

“Sì” rispondeva lui facendole il verso.

“Boh! Sei strano”. Rispondeva lei.

E allora lui cominciava un dialogo, faceva domande che aprissero la strada ad un racconto e lei rispondeva “Sì” “No” ed usciva dalla chat con un’implicita chiusura del discorso.

Andrea veniva preso dal dubbio che fosse accaduto qualcosa o che semplicemente lui, non la interessasse più.

Prendeva allora ad inventarsi ogni sorta di strumento per interessarla, per vederla, per sollecitare la sua curiosità.

E spesso ci riusciva ma come per il supplizio di Sisifo, era un far rotolare un macigno fino in cima alla montagna vederlo per un momento in equilibrio e poi seguirne la sua caduta in basso.

Una persona normale avrebbe pensato semplicemente che Andrea non era fatto per Giulia e viceversa. Ma nessuno dei due era normale.

Giulia era una montagna aguzza, non poteva e non voleva essere nulla di diverso. Andrea era Sisifo che la mitologia aveva tradotto come il più astuto degli uomini che era stato condannato all’assurdo per il peccato di superbia. E tuttavia in un mondo che era di per sé assurdo e che sempre e ovunque opponeva la sua indifferenza ai sogni, alle speranze e ai progetti degli esseri umani, la fatica di Sisifo poiché eterna, aveva qualcosa di impavido, di dignitoso e di libero.

Sisifo avrebbe potuto abbandonare la sua fatica, nessun guardiano, nessun demone lo costringeva a spostare il masso fin sulla cima.

Era lui stesso che sceglieva ogni volta di portare il suo sforzo fino all’estremo, nell’assurdo del mondo Sisifo spingeva il macigno fino in cima e, per un intero, eterno attimo, era felice.

Ogni volta.