13 dicembre

13 dicembre

Ognuno ha un posto nella vita.

Non so dire se sia un posto determinato fin dalla nascita o da prima ancora, oppure se sia un divenire senza disegno, un modo che ha la vita di riempire gli spazi lasciati dalle morti degli altri man mano che avvengono.

Diciamo poi anche che ciò che potremmo chiamare il divenire delle persone non è determinato nel suo percorso ma solo nell’inizio e nella fine. Una specie di codice legato alla lettera di inizio: se si è iniziato con la F si può solo uscire con la T in mezzo si può fare (quasi) ciò che si vuole ma se entri con quel codice non puoi uscire con un altro.

O almeno così succede dove vivo io.

Per questo ho una pistola.

Per misurare questo libero arbitrio.

Per misurare la capacità della Vita di sostituire e riempire continuamente i vuoti.

Dunque qual’ è il posto di quella donna che è seduta su una panchina e sembra che non abbia nulla da fare che non sia guardarsi le mani raccolte in grembo? Lei potrebbe essere una pedina marginale, di sicuro uccidere un capo di stato avrebbe ripercussioni molto più vaste e verificabili.

Ammazzare una rumena triste su una panchina non sembra spostare di molto la storia dell’umanità.

Non che mi senta in colpa o abbia paura di sbagliare.

Qualunque sia la persona che scelgo avrò scelto la persona giusta perché come ho detto la porta che andrò ad aprire sarà esattamente contrassegnata dalla lettera accoppiata al codice iniziale della persona che ho scelto.

Questo è matematico.

Quindi io non privo nessuno di ciò che ha. Il suo filo è stato filato e tessuto o io o un altro non ha importanza la mia mano sarà la mano di Dio.

La pistola che ho in tasca è stata un dono.

Sono un fotografo free lance.

Sono stato ad una manifestazione e ho scattato diverse foto.

Niente che si possa pubblicare per carità.

Polizia in tenuta “libera” con armi ad altezza d’uomo.

Pubblicarle sarebbe un’istante di celebrità e il resto l’attesa spasmodica di incontrare il tipo sbagliato ad un angolo di strada.

Non fa per me.

La gente è pronta a battere le mani e a cantare Osanna, alle esternazioni costernate, alla solidarietà, all’impegno ma poi…. la gente torna a casa. Chiude la porta, le pantofole, i muri amici che salutano, un gatto, forse un cane, i figli, la partita, l’amore, il sesso, forse.

E tutto ma proprio tutto intiepidisce.

E poi il sonno come una glassa di cioccolato a coprire tutto.

Chi si era esposto non ha ancora spento il sorriso che già vede i riflettori abbassare le palpebre.

Le ombre allungarsi.

Le paure allungare le dita gelate verso la spina dorsale.

No, non fa per me.

In uno scontro con i manifestanti un poliziotto ha perso l’arma e io l’ho raccolta, nella confusione.

Un segno, un regalo dal cielo, una missione per conto di Dio.

Ne ho uccisi cinque.

Tutti usciti dalle loro rispettive porte.

E ora tocca a me.

Ho appena incrociato un’autobotte di materiale infiammabile.

Si arrampica per arrivare ad un paesino, all’unica pompa di benzina.

Spendo due colpi, uno per l’autista, uno per il benzinaio.

Niente di personale.

Poi svuoto il caricatore sul fianco dell’autobotte a venti centimetri di distanza.

Sento il boato, la spinta che mi spezza le ossa, la mia vita si riavvolge all’indietro e mi passa davanti in un millesimo di secondo, chi l’avrebbe mai detto che è così lungo un millesimo di secondo…..

La mia porta si apre.

È bellissima.