12 dicembre

12 dicembre

All’inizio la donna pensò fosse un insetto, ma dopo aver sperimentato inutilmente vari tentativi di molestia nei suoi confronti, agitando la mano e poi un giornale e dopo aver abbattuto la paletta acchiappamosche con tenacia e perseveranza almeno una decina di volte dovette convincersi che quel puntino scuro non era un insetto.

Prese allora una scala, un secchio e una spugna e con delicatezza provò ad avere ragione di quella macchiolina.

Chi avesse potuto registrare con una videocamera il duello mortale che si era prodotto tra la donna e il puntino avrebbe potuto scrivere un capitolo importante sui sentimenti contraddittori che animano le persone che ingaggiano un confronto senza quartiere contro il caos che viene a modificare l’uniformità della perfezione.

La donna che si era avvicinata con circospezione al puntino e aveva quasi accarezzato la parete a rassicurarla che non le avrebbe fatto male era determinata ad estirparla ad ogni costo. La cura per la parete era stata del tutto dimenticata già dopo un quarto d’ora. Ma dopo i successivi venti minuti la donna si era trasformata in una furia che era passata dal panno spugna alla spugna abrasiva e alla candeggina, per approdare con i capelli ormai sugli occhi e la mascella contratta alla paglietta d’acciaio.

Animata dal sacro fuoco della lotta era ormai prossima a considerare lo scalpello quando con orrore capì che non solo la macchia non era scomparsa ma al contrario l’abrasione prodotta dalla paglietta sul muro aveva esteso più del doppio il nero che prima si notava appena.

Scese dalla scala smarrita e si obbligò a rivedere la questione con calma. Andò in cucina, accese il bollitore, pettinò e riannodò i capelli, mise un cucchiaino di the nella teiera e sorbì con lentezza la bevanda guardando le nuvole disfarsi al vento oltre il vetro della finestra. Dopo aver sciacquato e riordinato la cucina si sentiva pronta. Il furore aveva lasciato il posto ad una lucida follia omicida, fredda e determinata. Intanto valutò il danno provocato dall’abrasione: niente che non potesse essere coperto da un velo di stucco, concluse. Si armò di spatola e con la sicurezza di un abile chirurgo applicò uno strato di stucco che lasciò asciugare, carteggiò e dipinse con due mani di bianco.

L’orribile macchia era sparita.

Scese dalla scala con un sorriso sadico di soddisfazione. Arrivò a fare un gestaccio alla parete nella direzione dove prima campeggiava la macchia. Era ormai pomeriggio inoltrato, aveva trascurato ogni altra occupazione quotidiana ma questo non aveva importanza, avrebbe recuperato l’indomani, ora era stanca, stravolta dalla fatica anche per il nervoso che aveva accumulato in quelle ore. Si sedette sul divano e contemplò a lungo il suo lavoro. Poi preparò cena, mangiò con appetito e infine si accucciò sul divano a guardare la tv.

Si rese conto che lo sguardo correva, di tanto in tanto, alla porzione di parete da cui aveva cancellato la macchia e ogni volta nel constatare la sua perizia e il suo impegno, si lasciava andare ad un sorriso di autocompiacimento.

Si assopì e si svegliò per un rumore secco come la rottura di un gheriglio di noce. Lo sguardo corse alla parete e vide staccarsi in diretta un pezzo di intonaco delle dimensioni di un’arancia. Sotto di esso c’era un’enorme macchia nera. Guardò l’orologio, era mezzanotte passata. A parte la stanchezza era impossibile risolvere la questione a quell’ora.

Andò a letto augurando ogni possibile male alla macchia, alla parete e alla sua stupida idea di bagnare il muro con candeggina. Era evidente che aveva prodotto una reazione chimica di cui al momento non poteva calcolare le conseguenze.

Alle tre era ancora sveglia, gli occhi sbarrati nel buio a cercare soluzioni alimentando contestualmente fantasmi.

Crollò verso le quattro e poco prima delle sette era in piedi con occhiaie profonde e la necessità urgente di risolvere la questione che ormai la faceva impazzire.

La macchia si era estesa ulteriormente, aveva le dimensioni di una teglia da forno e i bordi erano gonfi come una muffa che stesse velocemente divorando il muro dall’interno. Decise che avrebbe chiamato uno specialista, un imbianchino che con le sue competenze professionali potesse risolvere efficacemente il suo problema.

Ma un nuovo dubbio si stava facendo largo: quella macchia stava rivelandosi come qualcosa che non era stata provocata dall’esterno, non era uno schizzo di un qualche agente indelebile, al contrario era stata sempre al di sotto della tinta bianca, una pittura più antica che ora si stava manifestando.

La curiosità e l’inquietudine si combinarono in una miscela irresistibile.

E se invece di cancellare o coprire avesse dovuto scoprire?

Decise di soprassedere con l’imbianchino. Si pose di fronte al muro e attese.

Come se le sue intenzioni fossero state udite, il muro cominciò a deformarsi e gonfiare impercettibilmente. L’intonaco sfarinava con piccoli sbuffi e ormai con cadenza ravvicinata cadeva un pezzo intero.

Il nero ora dominava la parete e gradualmente conquistava la parete confinante, il soffitto, il pavimento. La donna non si era più mossa, con calma ieratica osservava l’incedere della distruzione, della nascita. La luce esterna si era fatta fioca, il nero ora non sembrava più una tinta sul muro ma una mutazione della materia, il nero era diventato una realtà in sé stessa, era tenebra.

La donna assistette alla destrutturazione dei mobili, del paesaggio esterno, del divano su cui era seduta, dei suoi vestiti e infine di sé stessa. I capelli, la pelle, le ossa, il sangue tutto ormai era parte della tenebra. Di lei rimase una sola cosa: le cornee bianche dei suoi occhi.

E i denti.