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Sala Lettura – Ottobre 2020

Mi vesto dei colori accesi

che hanno le foglie morte

così,

tanto per far credere della Bellezza.

Socchiudo gli occhi

e faccio come loro

mi lascio sospingere

all’apparenza del dondolio

che porta ai lati di insopportabili e concave

sensibilità.

I corvi gli volano sopra, poco più in alto disegno cerchi nell’aria osservando la scena.

Decine di penne si staccano dalle ali nere e gracchianti, cadono al suolo, andrò a prenderle quando sarà il momento.

Sono pronto ad andarmene lontano con il suo ultimo respiro in tasca, devo solo decidere quando dargli la fine.

Già, perché ho la sua esistenza sulla punta delle labbra, il mio sguardo sorride leggendo la paura disegnata nel suo.

Non ride più, è un condannato con la schiena a terra e braccia tese al cielo, le mani stringono una corda che ho legata al collo, con le ultime forze concesse cerca di tirarmi giù.

Non riesce, non può più farlo, sente l’odore pungente della sconfitta, lui, che si credeva invincibile.

Il suo stupore è ossigeno che riempie i polmoni, lo respiro a fondo, mi rigenera.

Chiudo le ali di cera che il sole di agosto non è riuscito a sciogliere, sono in picchiata.

Supero i corvi, supero l’aria, supero il tempo e lo spazio.

Ho le labbra a qualche centimetro dal suo orecchio, la sentenza è matura.

“Tu non esisti”.

Il suo ultimo grido disperato rompe le nuvole, cadono pezzi di cielo, la terra si crepa, l’orizzonte da lui dipinto scompare.

Quel corpo ora è cenere spazzata dal vento, la corda è dissolta.

Raccolgo le penne, troverò sulla strada foglie da scrivere.

L’eroe è morto, sono libero di andarmi a cercare.

Camminiamo scalzi sull’asfalto di Roma

Giochiamo una domanda a testa verso il fondo

dove possiamo accarezzarci cicatrici

Calpestare rami vetri rotti spine rischiare

Dal Colosseo a viale Glorioso su per il Gianicolo

La strada spaccata dalle radici dei platani

La tua mano dietro la testa quando ci siamo dati i baci sulla guancia

E speravo di sbagliare ad appoggiare le mie labbra

fermarmi a piazza Garibaldi con te addosso

Roma che ci fissa da là sotto

Sliding doors quale futuro avrebbe atteso

Il cappellaio matto il sogno americano

Suona la campana mezzanotte e devi dirmi addio

Canticchio frasi per te che evaporano come incenso

Ci sfioriamo con le tasche piene di terra e dollari d’argento

Tracce nella polvere rotoliamo come dadi sul fondo della strada

La piazzetta il campanile il mio cuore storto

I tuoi capelli che brillano tra le mie dita

La campana bianca l’ultimo rintocco appeso a un cappio.

Mezzanotte e non riusciamo a dirci addio.

Che ne sarà

della mia fede

lo capirò dalla mia sete,

che storie hai

secolo muto?

Eccomi qui:

avrai il tuo Bruno.

Ragazzo mio

la storia è carta

I’errore insegna la vita canta,

ragazzo mio

il boia ha un figlio

fa quel che deve per dargli il meglio.

Fra tanti guai

non è il mio male

avere un dio per ogni fame,

brucerò io

brucia l’aurora

ragione tua: ragione nuova.

È l’eresia

che t’innamora

la mente va l’ anima vola

ragazzo mio

la morte è un sogno

accetta il fuoco porta il tuo segno.

Cammineremo

lotteremo

e qualche volta cadremo

 

La strada non è facile

ma sappiamo qual è

quella giusta

 

Di un solo abbraccio 

potremmo vivere

 

Di una sola emozione

potremmo risplendere

 

Non credere a chi dice

“non si può”

 

Non smettere di credere

alla tua voce interiore

 

La verità

è soltanto un antipasto

 

Noi dovremmo pensare

al primo, al secondo

e al contorno

 

Cibo per la mente 

la tua presenza

 

Meriteresti parole

di un professore

ma faccio vincere l’istinto

 

Cammineremo, lotteremo

e per ogni caduta

sarà un trionfo

nell’idea di vivere

esattamente come vogliamo

 

Dammi la mano

sta per partire la musica

 

Improvvisiamo un ballo lento

 

Poi chiudiamo gli occhi

e iniziamo a correre

 

Corriamo

corriamo, liberi

verso i colori

 

Ci troviamo in un bel dipinto:

noi siamo i pittori.

Non temere il tempo del silenzio

quando sei tu l’unico interlocutore

l’imbarco e l’approdo 

del dire e del sentire.

 

Stai bene nei rumori, negli schiamazzi

in mezzo a tanti sé.

Le voci di fuori diventano anestetico

per non percepire il vuoto di dentro.

 

Ti sembra sterile il tempo del silenzio

sarà per questo che lo fuggi

ma è proprio sotto la coltre dell’inverno 

che il seme si prepara

a dare i frutti.

 

Ti piace salire, andare in alto

ma non sai che per raggiungere

le vette più imponenti

bisogna scendere

inoltrarsi nelle profondità

diventare esploratori

togliere ogni maschera

e raggiungere quel vuoto

che scoprirai pieno di verità.

Colmo di te.

E della tua unicità.

Il grande poeta ha avuto successo.

Lo ha avuto soprattutto da morto.

Il grande poeta ha avuto successo.

Ciò che nel mondo viene pensato come il vero successo.

Il grande poeta ha avuto successo.

Questo successo è fondamentalmente un’isteria degli altri.

Il grande poeta ha avuto successo.

Adesso che è morto non può neanche sapere fino a che punto.

Il grande poeta ha avuto successo.

Eppure è proprio così che diceva e prevedeva: il successo è fondamentalmente un’isteria degli altri.

Il grande poeta ha avuto successo.

Adesso che è morto c’è qualcuno che va a spulciare tra le sue carte.

Il grande poeta ha avuto successo.

Adesso che è morto c’è qualcuno che sarà dotato molto più di ammirazione che di rispetto.

Il grande poeta ha avuto successo.

Gli studiosi curiosi furiosi trovano tra le sue carte cose scritte e poi strappate.

Il grande poeta ha avuto successo.

Gli studiosi curiosi furiosi riattaccano i fogli col nastro adesivo e ricompongono le pagine scartate.

Il grande poeta ha avuto successo.

Gli studiosi curiosi furiosi trovano libri appartenuti a lui e in ultima pagina spesso c’è qualche embrione di verso scritto a matita e poi cancellato.

Il grande poeta ha avuto successo.

Gli studiosi curiosi furiosi si mettono a comparare ufficiali versioni con grafitici embrioni.

Il grande poeta ha avuto successo.

Il grande successo si è già messo in moto e sta lavorando contro di lui.

Il grande poeta ha avuto successo.

Forse era meno peggio il successo da vivi, ma è meglio non dirlo, né adesso lui può dirlo.

Il grande poeta ha avuto successo.

Ma forse il grande successo stava già lavorando contro di lui anche con lui vivo cioè con lui complice.

Il grande poeta ha avuto successo.

E però rimane il fatto che da vivo non aveva molto successo, forse era un complice buono ma non buonissimo.

Il grande poeta ha avuto successo.

Era un grande poeta anche da vivo senza successo?

Il grande poeta ha avuto successo.

Si è grandi anche senza successo o addirittura senza morire?

Il grande poeta ha avuto successo.

Ha mai risposto, da vivo, a domande del genere?

Il grande poeta ha avuto successo.

Quel che faceva era soprattutto lanciare domande.

Il grande poeta ha avuto successo.

Ma il successo purtroppo è dovuto molto più alle risposte che alle domande, purtroppo.

Il grande poeta ha avuto successo.

Da morto lancia ancora domande?

Il grande poeta ha avuto successo.

Scriveva sempre soprattutto una pagina che diceva ossessivamente

“Il grande poeta ha avuto successo”.

Noi l’abbiamo trovata ed eccola qui.

(Nota del curatore: c’era proprio scritto così, “Noi l’abbiamo trovata ed eccola qui”.)

Il grande profeta ha avuto successo.

Ne ha avuto così tanto da meritarsi un finale apocrifo o ne ha avuto così tanto grazie al finale apocrifo?

In questo caso sarei io curatore il profeta.

E il successo è mio. (Come era mio il nastro adesivo.)

Eppure sono vivo. (E ho ancora, seppur minime, spese di cancelleria.)

Questo testo è stato trovato, così come lo riproponiamo, in ultima pagina di un libro appartenuto al grande poeta, con scrittura notturna a matita poi cancellata ma ricostruita con una scansione fotografica mattutina ad alta risoluzione.

Sull’ala di un pensiero

percorro quel viale alberato

che ci ha visti gioire

e scambiarci profumo di poesia

sulla corteccia le formiche

han continuato a lavorare

come se il mondo

non fosse cambiato

come se all’improvviso

tutta la poesia del mondo

non si fosse incontrata

tra le loro case

e camminano in fila

ignorando quei sorrisi

così radiosi da illuminare

molti giorni a venire

è così Incontrarsi

è così Abbracciarsi

è così Ricordarsi

e tutto il resto non conta più

si attende un nuovo viale

si attende quello giusto

quello infinito

della poesia

Dolori antichi e silenziosi

che urlate dentro me

fate così tanto rumore

da disturbare anche i miei sogni più leggeri e innocenti

quietatevi pure

per voi rimedio o soluzione non c’è.

Resterete con me a lacerarmi,

a graffiarmi il cuore e l’anima

per il resto della mia esistenza.

In ogni mio respiro,

in ogni mio gemito inespresso,

in ogni mia lacrima trattenuta,

in ogni mio pensiero sfuggente,

in ogni “ma”, in ogni “se”,

a formare quella me che mai sarà e che mai sarei voluta essere.

Come un vecchio juke box

seleziono la canzone,

mi risuona dentro

stonata.

 

I Verve alla radio,

un riverbero underground

dei miei pensieri confusi:

“And I’m a million different people from one day to the next”

 

Il fondo di un bicchiere

un sorso di whiskey che scalda e

brucia alla fine.

 

Un sogno lucido

come una vecchia pellicola,

mi basterebbe un back forward.

 

Un tonfo sordo dentro

tra un “arrivederci” e un “vorrei”,

un’altra tirata di sigaretta.

Mischiati tra la folla,

Siamo due narratori distanti e silenti

Di un racconto che ci accomuna.

Era tutto reale

Come l’acqua che disseta

E allo stesso tempo

Immaginario

Come la favola della sera.

Più volte abbiamo allungato la mano

Per afferrare quell’alito di vento

Che ci sibilava intorno,

Ma ogni volta che stavamo per farlo,

Svaniva come un sogno all’alba. 

Non scriverò parole

Rubandole al racconto che è in noi,

Non le fisserò sulla carta

Donando loro l’eternità 

E una parziale verità…

Mancherebbero le tue parole

Mancherebbe la tua nostalgia.

Le terrò chiuse in un angolo

E quando vorranno uscire, 

Ascolterò il suono del ricordo,

Sola, ad occhi chiusi.

Un passero muto

si poggia

su madido ramo di pino

 

d’improvviso si desta

canta melodioso

e attarda

il sentimento penoso

ed ebbro di vino.

 

Scroscio di pioggia

a dirotto

bussa sui timpani stanchi,

 

non odo

le delicate corde di violino

soggiogare l’aria

e questi sensi insipidi e manchi.

 

Non posseggo l’udito,

l’ardito canto

è dunque

mai esistito?

C’era una volta una pedina di cristallo,

una come tante, allineata, impigliata in schemi predefiniti.

Ma un giorno la pedina cadde e si incrinò;

solo una piccola scalfitura sulla superficie.

Ma la pedina ormai non era più la stessa.

Iniziò a vedere oltre, a percepire se stessa in modo diverso, a disallinearsi.

Iniziò a comprendere che le strade sono tante,

e che i percorsi possono essere infiniti,

che non è vero che bisogna andare tutti nella stessa direzione.

Una caduta, un andare oltre, un istante solo

in cui riuscire a vedere il mondo in un’altra prospettiva.

E così da quel giorno la pedina iniziò ad essere

altro da sé, a non starsene zitta al posto che le avevano assegnato,

iniziò a viaggiare in diagonale.

Gli altri pezzi vedendola, iniziarono a deriderla:

non si era mai vista una pedina che viaggia in diagonale!

Non era normale, non era logico…

E ci fu anche chi apertamente disse che era folle e che bisognava fermarla,

che non era ammissibile.

Ma la pedina andava avanti senza ascoltare nessuno,

fiera delle sue scalfiture e convinta della sua direzione.

Ed ecco che altre pedine dopo un po’, si accorsero a loro volta delle loro imperfezioni

non era vero ciò che avevano loro raccontato: loro non erano tutte uguali, ognuna di loro era unica,

ed aveva diritto di scegliere la direzione che sentiva più adatta a sé.

Il Re e la Regina, loro malgrado, ammisero alla fine che anche loro non erano liberi,

che qualcun altro li stava manovrando

ed un giorno, un giorno non lontano, tutte le pedine, insieme, rovesciarono la scacchiera.

Io raramente vado al cinema. Di solito scarico i film da E-Mule o da YouTube, quelli che m’attirano di più. Preferisco il genere commedia ma non disdegno quello sociale, quello fantastico e, persino, quello d’animazione. In breve, gli unici generi che preferisco evitare sono quelli altamente drammatici, dove la violenza traspare a ogni fotogramma, e quelli horror. Ogni tanto, però, mi vien voglia d’andare a vedere un film al Cinema, quando esce uno di quei film che non riesco ad attendere due, tre mesi prima di poterlo scaricare oppure perché ho il piacere d’apprezzarlo di più sul grande schermo, dove la qualità dell’immagine e quella del suono surclassano il più sofisticato degli apparecchi televisivi.

Quel giorno era in programmazione il film appena uscito di Ficarra e Picone, due attori che apprezzo soprattutto perché non hanno bisogno di volgarità a buon mercato per esprimere la loro comicità e sanno trattare con la necessaria leggerezza anche temi importanti della nostra Società.

La sala 5 del multisala in cui lo stavano proiettando era praticamente vuota, dato che c’ero andato di giovedì proprio per evitare le folle del sabato e della domenica. Per cui avevo potuto scegliere un posto centrale di una delle file centrali. Come dire, una delle migliori posizioni possibili e senza avere nessuno davanti in nessuna delle file sottostanti. Almeno fino a quando non arrivò lei, proprio mentre già stavano scorrendo i titoli di testa sulle prime immagini.

Ovviamente, la sala era già al buio per cui giudicai casuale il fatto che, nonostante ci fossero intere file di poltrone vuote, mi si mettesse a sedere proprio davanti. Per giunta doveva essere molto più alta di me poiché mi copriva interamente la visuale.

Molto garbatamente le bisbigliai che le stavo seduto dietro e la pregai di cambiare posto. Ma con molta probabilità si trattava di una di quelle che pretendono di essere trattate alla pari quando devono avere e, quando devono dare, di possedere, invece, il diritto di prelazione e precedenza a prescindere.

Questo è il mio solito posto…”, mi rispose stizzita e senza neanche voltarsi, “…e non intendo cambiarlo solo per fare un favore a lei.”

Rimasi di stucco, per l’inaspettata risposta, e sul momento non seppi reagire.

Intanto il film andava avanti, non capivo neanche i dialoghi a causa dell’improvviso turbamento, ma non avevo voglia di cambiar posto dopo che me l’ero scelto con tanta cura e solo per assecondare l’acida donzella. Così, appena mi ripresi, tornai alla carica:

Scusi, io sono arrivato molto prima di lei e non vedo perché dovrei essere proprio io a spostarmi”.

Lei è un villano…”, mi rispose secca, rivoltandosi inviperita, “se non la smette d’infastidirmi, chiamo soccorsi e le faccio passare un brutto quarto d’ora”.

Beh! Penso che per ogni essere umano esista un massimo della sopportazione e quella stupida perticona era stata capace di farmi raggiungere il mio in brevissimo tempo.

Con scatto fulmineo incrociai gli estremi della sciarpa che aveva al collo e strinsi finché la testa le crollò sul petto. Poi la lasciai andare, il peso del corpo la portò a sbattere sulla spalliera della poltrona successiva e, finalmente, ebbi la visuale completamente libera.

Si potrebbe dare un calcio

All’uroboro, colpirlo

 

Tra muso e coda e

Staccarlo dalla sua cantilena.

 

Tutto uguale, tutto lo stesso.

 

Anche la mia stanchezza è

Stanca, già vista;

Come pioggia annoiata

Cade sempre nello stesso periodo.

 

Vi vedo pallidi a ripercorrere

In circolo le vostre bassezze,

Con un sorriso da manichino

Senza occhi né vigore.

 

Come riuscite a muovervi tanto e rimanere sempre lì?

 

E come riesco io a scrivere e

Andare in ogni dove?

 

Avete ancora domande che non siano già state affrontate?

 

Si potrebbe dare un calcio alle vecchie domande, ai vecchi manichini e ai vecchi serpenti che si mordono la coda,

Che a furia di mordere il cerchio stringe.

 

Tutto ritorna più presto a fare il giro,

Tutte le mie parole si affrettano ad

Attaccarvi ancora e ancora,

Tutto si stringerà in un punto.

 

Massima stasi,

Automi autoinghiottiti,

Digestione di se stessi

In un ultimo grande scarto umano.

 

Qualcuno da fuori deve intervenire,

Un calcio deve arrivare…

Da Dio o da un Poeta.

Dopo Cefalù, sembrò che il rigore del clima e l’asprezza dei luoghi riflettesse le angosce che serbavo in animo. Il cielo addensava nembi di tenebra fosca, quasi si velasse per lutto e trattenesse pianto. Il mare imperversava senza pace, sferzato da rabbiose correnti, come belva ai colpi di flagello. Per alcune notti trovammo riparo presso un monastero greco, arroccato in cima a un monte solitario. L’avresti detto rifugio di eremiti che fuggono la luce, ma custodiva tesori di sapienza e santità. Gli eruditi della corte si dilettarono consultando manoscritti antichi di secoli. Le guardie del re andarono a caccia nei boschi d’intorno. Trovammo ristoro nelle lunghe liturgie notturne: i canti sacri ci giungevano come balsamo per l’animo, mentre i volti dei santi alle pareti, rischiarati dalle molte candele, ci scrutavano, come vegliando su di noi e sul mondo intero. L’adolescente sovrano, la regina madre, l’eccellente Stefano ed io stesso amavamo la dolce chiesetta come i conigli la propria tana al riparo dalle piogge e dai pericoli di fuori. Pur nella povertà del luogo, il re si mostrò felice di quell’imprevista sosta, così remota dagli intrighi e dagli affanni della capitale. Lieto della pace ritrovata, il buon re Guglielmo donò preziosi e privilegi ai timidi monaci, imbarazzati per non aver potuto degnamente accogliere la sua maestà. Riprendemmo la marcia verso oriente, percorrendo sentieri ai piedi di elevatissimi monti, cime dense di fitta nebbia. Da qui ancora i lupi alzano alla luna il grido della fame. È un deserto d’uomini. Incontrammo rari tuguri di pastori, che vivono come bestie, ma parlano tuttora la lingua di Platone e Aristotele, ignari delle lingue di Roma e di Medina. Nell’ultima luce del giorno seguente, ci accampammo presso un’antica città. Le sue rovine proiettavano su di noi lughe ombre, mentre il cielo rasserenato nel crepuscolo si andava tingendo di porpora regale. Tutti noi ammirammo le titaniche colonne, collocate secondo una logica enigmatica, come un’arcana scrittura, a tutti visibile, ma ormai incomprensibile, e meditavo come quei colossi di muta roccia celassero ormai tutto il segreto di età trapassate, senza più memoria. Così dunque scompaiono le città e il loro ricordo si perde nel vano susseguirsi delle generazioni, simili alle foglie, che ad una ad una il vento disperde.

Echeggiano prepotenti

gli accordi del tuo silenzio.

Quando urla e quando tace.

Quando nel mentre sussurra. 

E dopo si lamenta.

Per questo

non mi sento vuota 

ad ascoltare il nulla, 

per me è già sinfonia.

Ho l’orecchio appoggiato

sul tuo petto

il tuo respiro ventoso

mi spinge negli angoli di me, 

mi aggrappo a rami di speranza

e il burrone sotto i piedi

divora ciò che sogno.

Riemergo.

Diversa.

Sempre Io.

Non potendoti disfare di me

mi regali

un Silenzio che arpeggia 

tra i miei pensieri. 

Sei in me

come quel ritornello estivo

che anche con la radio spenta

lo senti ovunque 

dentro. 

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