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Sala Lettura – Marzo 2020

Gentile Signor “H”,

come ripromessa… a me stessa in fondo, e niente più, vengo a sciverle quanto segue,

devo dire che non è proprio una promessa la mia, ma un… un gioco?

Poco importa, di fatto scrivo, a lei Signor “H”, concentrandomi su un’immagine, che in fondo non conosco…

Non ho mai capito veramente lo scopo delle conversazioni, a volte sembra abbiano un senso, o un significato addirittura, e poi come niente virano, o galleggiano, nella mente di ognuno, dove ci sono infiniti spazi, da riempire e costruire, è vero poi, a proprio piacimento.

Non consideri le mie parole, forse anche inutili, né giudizio, né critica, ma solo parole, dove anche lei se lo desidera, può costruire le sue immagini, quindi non è nemmeno necessario che le consideri, mi piace cercare, e a volte anche trovare dei percorsi che possono semplicemente rimanere sospesi, tra me e il Nulla…

Mi domando, e non necessariamente mi rispondo, quali siano poi, i piaceri della Vita, si dice “nelle Piccole Cose”, scrivo Piccole con la maiuscola, per via di un ossimoro che mi perseguita… rido, ovviamente, perché ridere mi piace…

E lei Signor “H”, ride poco, forse?

Per imposizione autoinflitta, o forse, semplicemente questa esistenza, le sembra poco ridicola, meno di quanto vorrebbe credere??

Ma, niente, vede, scrivo così, solo perché qualche volta le parole si compongono da sole, io faccio quello che loro mi dicono…

Signor “H”… mi chiedo, quale differenza trova lei, tra un lunedì e un giovedì, se anche fossero diversi, lei lo vorrebbe vedere?

Mi dico, chi cazzo sono io, per scrivere di questo, a lei che non conosco… infatti, lei lo sa bene, che tutto questo, potrebbe essere ignorato, e certo!

“Certo”, è una parolina, che asseconda in qualche modo, come se qualcuno secondo lei avesse questa necessità, ma davvero?

Mi domando, fino a che punto, questo mondo di Narcisi, ci coinvolga, e davvero quanto importa secondo lei l’apparire? Grasso o magro, ad esempio, o appena sovrappeso, chissà cos’è che la far sentir bene, perché vede, Signor “H”, posso chiamarla solo “H”, come se fossimo più in confidenza?… Dicevo,vede “H”, la sensazione che mi è giunta, attraverso i nostri scambi, è quella, che in fondo, forse, chissà… non ci sono molte cose che la fanno sentir bene…

Che presunzione la mia!!!!, Ma che importa, noi non conosciamo chi è lei, forse lei sì?

Anche il Tempo che ci attraversa, ci comunica qualcosa, è che ci duole ascoltarlo, lo consideriamo un ostacolo all’infinito, all’eterno, mammamia, che brutta parola!! Tempo???, no, no, Eterno… carica di affanni e disillusioni, di corse inutili al niente…

“H”… mi si spegne ora, la sua immagine… forse, è tempo di sognare…

Con affetto, vado a chiudere il sipario, di questo atto… sconosciuto.

Se cerco la divinità

la trovo in quel modo

che ha ogni bimbo

di sollevare il mento

mentre fa una domanda

alla persona alta

che lo tiene per mano

 

Le domande dei bimbi

sono sacre

non si dovrebbe mai

eluderne una

 

Loro sollevano il mento

fiduciosi di ricevere verità

poi lo abbassano un poco

per rifletterci su

e nel frattempo si poggiano

con la pancia

sulla pensilina del tram

lasciando ondeggiare i piedi

per aiutare i pensieri

a volare più in alto

 

Troppo spesso

non ho risposto alle tue

perché ero troppo occupata

a tirarti via dalla strada

che sta arrivando un’auto

o a correre a scuola

che è tardi

 

Un giorno mi hai guardato

proprio così

sollevando il tuo piccolo faccino

con quegli occhi che a guardarli

sembra di fare un tuffo nel mare

quel giorno mi hai detto

che ero la mamma più bella

per un po’ ho camminato

sopra una stella

Beneficio del sogno

in esso la possibilità

 

Beneficio di inchiostro e penna

in essi identità

 

Beneficio di parola e poesia

perché di esse

figlia indegna e legittima

che di onnipotenza

l’immortalità effimera

affamata vive

E se fosse possibile

fermare il tempo

lo fermerei a modo mio.

Facendo scorta di raggi di sole.

Curando petali di bellezza.

Trasformando le ore in fiore.

In qualsiasi momento della nostra esistenza

ci è concesso

di creare un giardino.

Emanare luce.

Diffondere positività.

Senza dimenticare di dare il benvenuto

alla tristezza.

Le anime più belle

sono sempre bagnate

dalle lacrime.

Ogni difficoltà è preziosa.

Ogni pianto diventa forza.

E tutto questo accade,

puntualmente,

nel regno della consapevolezza.

Paesaggio umano

raccogli tante facce.

Punti di vista

multipli, fissi, variabili.

 

La montagna è alta?

Il cielo è azzurro?

Quante onde increspano

il mare?

 

Il panorama scorre,

non è mai uguale

dalle nuvole alla terra,

dagli alberi al mare.

 

La cartolina lo fissa,

lo guarda e lo trattiene.

 

Forte tentazione

di lasciarlo così,

fermo e uguale,

di salutare amici

di mandare baci.

 

L’immagine standard

è cristallizzata,

ciò che non è più

continua ad esistere.

 

Dolce nostalgia

di tenere in piedi

ciò che è assente,

di fermare la crescita

di ciò che evolve.

 

Le radici affondano

profonde,

scavano il terreno

saldamente, stabili,

in equilibrio.

 

Un pino corre

in verticale

straccia asfalto e tubature

 

cede alla tempesta

danneggia le vicine

istanze, il vento fischia

nei suoi rami.

 

Shhh. Silenzio, ora.

 

Il paesaggio è mutato,

e muti contempliamo

l’orizzonte.

 

Ci sono silenzi che parlano,

ci sono silenzi che pensano.

 

E ci sono parole

superflue

che fanno solo rumore

 

e ci sono parole

che rotolano

solo per rompere

l’imbarazzo.

 

E ci sono parole

che aspettano,

aspettano il tempo

opportuno,

 

Poi ci sono orizzonti

che cambiano

che non riuscirai

a incorniciare

 

perché

mentre tutto si muove,

le tue radici

scendono sempre più

in fondo.

Prendi un respiro, profondo, e buttati. O meglio lasciati cadere.

Permettiti di precipitare.

Non sono assenza di luce, sono materia densa e viva. Non mancanza, ma pienezza.

Quando ti concederai di entrare in me, riempirò tutto.

I tuoi occhi, non più abbagliati dai colori, potranno finalmente vedere e riconoscere il vero. Cadranno le sovrastrutture, le apparenze. Tutto sarà limpido oltremisura.

Le orecchie avranno riposo dalla cacofonia delle parole inutili, delle menzogne, delle lusinghe e nel silenzio assoluto udrai il battito del tuo cuore. Sarà stupore riconoscerti vivo.

Avvolto da me, avrai la percezione tattile di ogni atomo, non saprai distinguere se sono io o tu, sarò oltre e sarò tuo. Una pelle nuova fatta di velluto che conoscerà contemporaneamente il possedere e l’essere posseduto.

Avrai movimento senza peso, ti sembrerà di camminare, correre, volare eppure stare immobile. Galleggiare. Come in una placenta, amnios che rigenera.

Non ci sarà più tempo e fretta, solo l’istante da godere, pieno di presente.

Potrai perfino assaggiare il mio sapore. Saprai che l’avevi dimenticato e sbalordito tornerai a comprenderlo come se non ti fossi mai allontanato da me.

Scenderò lentamente nei polmoni, ad ogni respiro, e da lì al sangue che mi porterà a raggiungere ogni cellula.

Non temere.

Non temermi.

Sciocche sono le superstizioni che ti hanno instillato, facendoti credere che io sia freddo e solitudine.

Proverai la sensazione di essere uno con tutto, non più piccola parte, ma vastità senza confini.

Risorgerai, creatura nuova e consapevole che la realtà quotidiana non è che dettaglio di finitudine davanti alla mia, e alla tua, se vorrai, immensità.

Vieni.

Lasciati cadere.

Non ho occhi da riempire con tutta questa

meraviglia

blu

il respiro non mi basta

a contenere la

bellezza

di un vento soffiato da nord

 

le lacrime e i laghi si specchiano

ce ne vorrebbero miliardi

 

non le ho

 

e intanto

il tempo scivola sulla mia pelle

ghiacciata dall’eleganza

della neve

 

porta via premure e detriti

in cambio lascia paure

 

lo stupore resta intatto

L’ultima casuale immagine avrai tra poco

darà quella luce sulle mancate coerenze del mondo

attesa e insospettabile come ogni arrivo velo spiegato

e ciò che non hai osato chiamare fine

perché tradiva sempre la tua paura la tua fede

la bella inquadratura che non sei ancora stato

neanche con l’invenzione del tempo in aiuto

per gettarti in pasto al fingere la parola assente

a confidare in millenni di riparazioni di occhi come questi

a cura degli allievi di chi non ne ha avuto competenza

ma salvati sottraiti abbi anche tu finali ridicoli

prima che sia troppo tardi o che tu sia troppo grande

prima di vincere voltarti pensare correzioni

Alla fine

Si spegneranno

Anche i falò

E le chitarre

Cesseranno di suonare.

 

Alla fine

Resterà solo il mare

A coprire

Le voci dentro

Di ogni mia età diversa

Che contengo.

 

Alla fine

Cadrà una stella

Fugace

A ricordarmi

Dell’effimera bellezza.

 

Alla fine

Resterà solo il mare

A coprire

Il silenzio fuori

Necessario e rispettoso

Mentre lo sguardo

Cercherà risposte

Nel blu

Della notte.

Ogni tua parola

è una goccia

d’autunno sul collo.

A catinelle scendi

con le tue nuvole

uncinate, stelle dolenti.

Io mi lascio pettinare,

distesa d’erba

appena smossa,

che profuma

di te, amore

appena sfornato.

Eri seduta sul bordo della fontana…

Quella a sinistra del casello

Lungo la ferrovia vicino al giardino

Dove nonna piantava i fiori per il cimitero

Avevi i capelli biondo chiaro riccia…

Mi guardavi strano…

Io ero quella che veniva

Dalla città… piccola… troppo bianca… magra

Con i calzettoni ricamati bianchi e sulla braccia un maglioncino rosa

Ero impacciata paurosa… sensazione che ho ancora adesso

Mi guardavi come si guarda un animale sconosciuto

Io guardavo la fontana

Non mi era permesso bagnarmi tanto meno ad una fontana fredda

Io ero quella che aveva sempre la febbre

Ero il nome più chiamato di tutti

Lo strillavano tutti da nonna in poi

Fino all’ultimo…

Tutti dovevano sapere dove fossi per non correre rischi

Quel giorno non avevo risposto a nessuno

Ti avevo visto lì alla fontana

Eri arrivata col tuo cane gigantesco

Che ti seguiva dappertutto

E mi ero allontanata…

Ero talmente piccola che passavo inosservata…

Ti avevo raggiunto

Sapevo cosa stavi per fare

Lavarti i capelli con la saponetta

In quell’acqua gelata…

Dio quanto mi piaceva quando lo facevi

E quanto avrei desiderato farlo anch’io

Ma mi era assolutamente vietato

Tu continuavi a guardarmi

E poi via quasi per sfidarmi

Hai messo tutti insieme i capelli dentro

Buttando giù la testa

All’improvviso

Mi hai schizzato apposta

Sentivo gli schizzi dell’acqua

Non so quanto tempo rimasi con gli occhi chiusi

Ricordo colori… sapori…

Sensazioni…

Il fresco sulla pelle

Poi sentii il treno fischiare

Prima della curva…

A volte quando chiudo gli occhi

Sono ancora lì…

Squarcio di luce,

la luce,

seconda pelle

armatura per me:

l’acciaio migliore una

lega di fame e destino.

Crociato del nulla:

presa è Jerusalem,

persa è la causa.

Fede nella pietra è

fede di pietra,

economia d’ anime

a Jerusalem,

ego mi assolvo:

persa è la causa

nuova la conquista,

anima cambia la pelle

cavalco e cavalco

la luce, la pelle.

Passano i giorni, i mesi, ed anche gli anni,

Il calendario evapora, diventa evanescente

E l’orologio incespica singhiozza e poi si ferma

Tra mille assenze e pallide incoerenze.

E lì si resta, immobili

Collezionando attese

Rigurgitando sogni e tiepide speranze.

E sopraggiunge l’alba, e con essa un nuovo giorno

Gli occhi il viandante apre

Svegliandosi dal sonno

E indietro sul cammino lui pensa di tornare

A raccogliere i suoi passi

Provando a ricominciare.

E mentre rincorre se stesso

Volendosi afferrare

Il tempo segna il passo

E l’orologio corre, continua a ticchettare.

Passano i mesi, i giorni ed anche gli anni

Il tempo va vissuto nel bene e anche nel male

Perché quando ti fermi e indietro vuoi guardare

Nel cuor brucia il rimpianto

Ma indietro non puoi tornare.

Si può morire di vita

e vivere di morte

Quasi strisciando ti manifesti

ai nostri sensi,

subdolo, infido come un male

incurabile.

 

La presa di coscienza,

l’ammissione della tua presenza,

gela gli intestini.

Ci fa stringere stretti fino al dolore,

in un abbraccio muto.

 

Gli occhi sgranati,

il mento puntato al soffitto,

le bocche socchiuse e

le orecchie sintonizzate

sul tuo ronzio.

 

Una muta preghiera,

un unico mantra martella

nelle quattro teste di una famiglia:

“Cadi adesso… Cadi adesso… Cadi adesso…”

 

Ma il tuo mortale ronzio,

che par quasi giungere dal ventre

del diavolo,

questa volta continua e si fa forte:

sempre più minaccioso,

sempre più reale.

 

D’un tratto tutto orribilmente tace…

 

I nostri cuori in gola

hanno smesso di battere,

come un pugno di pietra

bloccato nella faringe.

 

I petti gonfi, l’aria che

non passa dalle narici…

 

Chiudo gli occhi, quasi

stritolo la mano di mia figlia

e comincio a contare

ancora una volta:

“1…2…3…4”

Donna colorata dai raggi del sole

luna luminosa nel cielo notturno.

 

Donne impetuose come tizzoni ardenti

solitarie meteore o stelle cadenti?

 

Combattenti e volitive

dolci e sensuali

Donne…

 

Musicali e melodiose voci

nell’anima di una donna

contro il mondo in guerra.

 

Schiaffi assordanti

sulla pelle innocente.

Mai più.

Booom!

Senza alcun permesso

esplodi

m’invadi

mi stravolgi

m’incanti

mi costringi

a farti entrare

dentro gli occhi

dentro il cuore

crescere con ogni fibra

battere con ogni battito

farti parte di me

seguendo il fluire dei miei sensi,

non lasciando spazio

per finte grandezze,

ma creando posto

a piccole meraviglie.

Non posso fare a meno

di inchinarmi

colmare le mancanze

ammirarti

muta

e silente

davanti a te,

PRIMAVERA !

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