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Sala Lettura – Giugno 2020

Cambia la pelle,

fai la muta

come un serpente

abbandoni la vecchia

identità.

 

Paura e dolore

amiche indistinte,

ma è solo finzione

non è vero dolore.

 

Il tempo passato

è bello che andato,

il tempo presente

è quello che serve

hic et nunc

è un motto latino.

 

Ci avvolge una corteccia,

scorza dura

o pelle molle.

Siamo dentro

un involucro

ci protegge,

ci difende e

ci separa.

 

Ma c’è un tempo

in cui è matura,

è matura la caduta,

quando il frutto interno

è gonfio,

rompe e spacca la corteccia

che diventa stretta

e dura

e impedisce il mutamento.

 

C’è un attimo opportuno,

un momento ormai maturo

in cui è lecito

e dovuto

tirare via la crosta,

come quando

da bambino

eri lieto ed orgoglioso

di veder far capolino

la pelle nuova e liscia

sotto il grumo raggrinzito.

 

Il momento già è arrivato,

il ciclo ormai è concluso,

non serve più la crosta,

se sotto la pelle è giusta.

 

La paura ci accompagna,

accompagna il cambiamento,

ma come un sughero multiforme

la variazione è una ricchezza,

e poi c’è il contadino

che sa quando tagliare,

apre a libro la corteccia

per poterla utilizzare.

 

Ad ogni metamorfosi

rompiamo la buccia esterna,

facendo attenzione

ai segnali non convenzionali,

come il gatto

che, burlone,

manda a Alice dei segnali

che la aiutano

talvolta

con dei modi

un poco strani.

 

Il serpente cambia pelle

e la lascia sul selciato,

l’albero rompe

la corteccia,

per crescere più forte.

E l’uomo?

L’uomo rompe la corazza

e non teme il mutamento

perché sa che la sua forza

è accettare il cambiamento.

Chi sei tu che celi a me le mie parole?

Alle tue, le mie non san rispondere.

Le parole, no.

Giusta ognuna, tutte errate,

vagano smarrite.

Galleggiano, transitano

tra i pensieri ed il soffitto della stanza,

imprendibili cirri

pur tante volte catturati per farne dono

autentico

alla

sorgente

che s’interrò.

E non me ne pentii.

Appresi, solo, a torto, a diffidarne:

delle mie.

Di tutto il sapere accumulato dal vivere

sul tema più niente conosco,

dubito del sentire, ora,

in questo fermo immagine del tempo

effimere, inutili nozioni:

buon segno.

Tendo i sensi ad ascoltar la vita

e attendo

laggiù

in quel campo

di persiana mistica memoria

chi sia tu, che celi a me le mie parole.

Soffrivano come dannati,

erano neri di sangue.

 

Soffrivamo anche noi,

con loro,

per loro,

per noi.

 

Perché loro erano noi

e noi eravamo loro.

 

Soffrire non fu abbastanza,

e per questo la ruota girava

e odio disegnava,

sulla strada.

 

Ma un giorno,

qualcuno poserà una pietra

davanti a quella ruota.

 

E sarà uno di noi,

uno di loro,

nonché uno di voi.

Un nodo alla gola,

un ginocchio addosso.

Non ricordo molto,

ma l’aria iniziava a venir meno.

Bloccato,

Immobile,

mille pensieri che si muovono

cristallizzando un attimo.

Riesco a malapena a sussurrare

in un assordante silenzio.

Un urlo ormai comune.

Si sono rotte vetrine,

accesi incendi,

alzati cori,

inginocchiate persone.

Quanto sangue ancora sull’asfalto?

L’aria si fa pesante, il respiro sempre più affannoso.

“Not in my name”.

Qualcuno racconti a quella bambina

sulle mie spalle

il perché della mia assenza momentanea.

Forse la mia storia verrà archiviata,

la rabbia

non sarà facile da spegnere.

“I can’t breath”

La macchina è in moto.

Dicono sia arrivato da Wuhan, poco più di un’influenza.

Gli scienziati parlano di spillover, il virus è passato dai pipistrelli all’uomo, il luogo dei primi contagi potrebbe essere un wet market.

Mercato umido.

Il cliente vuole vedere l’animale vivo, quando ha individuato la vittima discute sul prezzo, il venditore affila il coltello e sorride.

Banconote e monete, pance aperte e pance piene.

L’inferno sotto gli occhi del cielo, lame sulle giugulari, mani nude strappano la pelle mostrando gli ultimi spasmi di muscoli e tendini.

Un bastone crepa il cranio di un cane, ha la lingua fuori, le zampe si irrigidiscono, crolla, muove ancora la coda.

L’albero non sapeva che l’uomo l’avrebbe trasformato in un assassino.

Divento quel cane.

Terrore, dal petto esce qualcosa di caldo, provo a tirare giù il muso, cerco un odore, buio.

Ero un cane.

La terra beve il sangue degli innocenti, un giorno quel sangue tornerà per chiedere il conto.

Qui stiamo bene, siamo brave persone, non mangiamo cani, i gatti dormono nel nostro letto.

Un gruppo di bambini visita l’agriturismo, gli agnelli si lasciano accarezzare.

Appeso al collo portano un cartello ancora non visibile.

Agnello da latte intero, offerta, 21.14 €/kg.

Stai vivendo

il tuo film

da protagonista

indiscusso

 

al centro della scena

sotto i riflettori

sotto gli occhi attenti

di giudici spietati

 

al buio pesto

di orecchie cieche

dove nessuno accoglie

il grido

 

e mai

neppure per un istante

potrai essere

sostituito

 

non puoi affidare

il ruolo

a uno stuntman

nemmeno per le cadute

più pericolose

 

e quel fango

che ti avvolge le caviglie

rendendo ogni passo

pesante come un macigno

 

devi farlo tu

non puoi chiedere mai

nessuna sostituzione

nessuna pausa

 

Le luci della ribalta

ti chiamano nel film

di un regista

stralunato

 

e tu balli

a piedi nudi

al suono delicato

di un carillon

bironoguon

gigo oh tatonnevi eustaq galuni

li BNA bustrofedico neoclassico arguito

cosedno em merdovom larrepa titut isco

 

ni saqute galuni nau treof ponnometec acavvotei

hec nortoc li goolroi ledal espioa dramone

temet nu nosse id braleti e id turbocriptomania

e af vrolaera i runnieo

e af enbe lala ueltas

 

onn iah pitaco?

eclifa

ievd erfa magaranam

us nogi galosin aorpal zasen cheirlamis

 

ies rattone?

o it nobramse chetaimin?

cassu al ciarpaloca

Apro gli occhi in questo buio

ancora troppo denso

per distinguere la vita

 

Faccio di tutto per tenerli 

ancora chiusi

e tornare nello scrigno protetto

dell’incoscienza

ma ogni tentativo è vano

 

E ha inizio così la traversata

nel mare dei pensieri più impetuosi

E lo sforzo per restare a galla

e non affogare negli abissi più profondi

 

Mi sbraccio alla ricerca di uno scoglio

a cui aggrapparmi

per sollevare il capo

e tornare a respirare

 

E come sempre quello scoglio sei tu

Tu apri porte

alimenti il pensiero

fai entrare luce

 

tutto è possibile

lo dice ogni scena vissuta

ogni dolore prezioso

ogni ferita 

diventata arma per la sopravvivenza

 

andiamo insieme

verso la parte buona del giorno

e facciamogli vedere

il coraggio

 

andiamo insieme

più in alto

e facciamogli vedere

una possibile rinascita

 

andiamo insieme

oltre

nel mondo dei visionari

e facciamogli vedere

che si può fare.

Il cielo era tinto vermiglio

striature come pennellate frugali

a coprire nuvole di zucchero filato

– le avresti mangiate volentieri

 

Da lì si vede il mare

un monte che si tuffa

e campi aperti

e spazio per la tua libertà

 

Invece qui c’è un grande vuoto

un insopportabile rimbombo

il sentore di te

 

Ingannati da un tempo che non ci è più dato

ci voltiamo

Intatta sei ancora qui

Nomade sui territori

della tua malinconia

perfezione della strada

il mio capo riposa

lungo le curve più cieche

non abbiamo abbastanza

lacrime per capire cos’è

la sofferenza o

fuoco per capire cos’è

bruciare

tutto sta cambiando nome

lungo il viaggio buono

dei panorami che disegnano

la tua malinconia

e il mio cammino dentro te.

Mi accogli 

tra le tue mani,

nell’aria che profuma mi tiglio 

sbattuto dal vento

davanti alla finestra,

e mi rassereno.

 

Vorrei dirti:

ora lo so… so tutto…

Ma le parole svaniscono 

nel tepore della sera.

 

Mi rannicchio accanto a te,

per un attimo,

seguendo un istinto ancestrale

come un bozzolo

trovo sicurezza

trovo il mio centro 

mamma.

La verità.

Mi piacerebbe conoscere la verità

parlo di quella vera vera.

Non di quella che ognuno di noi è convinto sia unica e indiscutibile

non di quella che dipende da quale campana si ascolti

non di quella che poi vedi cambiare perché non è più comoda e inizia a stare stretta

vorrei possedere la verità con la V maiuscola.

La verità che mi permettesse finalmente di fare sempre le scelte giuste

la verità che mi assicurasse in cosa credere, senza continuare ad avere questo passo incerto

la verità sul passato, sul presente e sul futuro.

Ma poi, saprei usarla bene?

Sarei alla sua altezza?

Riuscirei a comprenderla fino in fondo?

Forse il segreto della nostra salvezza è proprio in questo,

nella nostra continua e instancabile ricerca che non finirà mai.

Se il tempo potesse guardarti

ti troverebbe che scendi le scale di corsa

tu e la tua borsa piena di cose 

Io ti guarderei davanti alla mia porta di casa 

mentre porto fuori pezzetti di me 

Se il tempo potesse liberarti 

ti vedrei sorridere mentre scendi tranquilla 

con il tuo vestito a fiori

attaccato al tuo corpo di donna 

mentre saluti la vita che arriva di fretta 

Se il tempo potesse cambiarti

io non lo farei 

Sei bella con gli occhi di un giorno di novembre

nel tuo essere contro le cose che hai

Se il tempo potesse amarti 

lo farebbe con rabbia 

E tu lo ameresti 

di più 

per farti vedere più forte 

nella fragile donna che sei

Impressioni.

Afferrate, custodite… sedimentate.

Tra le dita una stilo argentata e se la lascio andare, frusciando lei va.

Ed io, che da sempre mi chiamo Incostanza,

di me del mio sentire

continuo a comporre mosaici fluttuanti.

 

Pensieri.

Sfuggenti, impalpabili… inafferrabili.

Si mescolano si rimescolano, saltellano e fan capriole

e poi parole, parole, parole… limpide, carezzevoli, tintinnanti…

sgorgano dalle mie mani

e volteggiando si posano sulla carta tremula

tessendo ragnatele di emozioni.

 

Fantasie.

Variopinte, effervescenti, trascinanti

si muovono, corrono e danzano sulla superficie frastagliata del mondo

fagocitano volti, situazioni, albe e tramonti,

lasciando nel mio ventre germogli di mondi.

Arretro ed avanzo, le cerco e le scanso ma poi prendo slancio e volando le inseguo

fiori variopinti esplodono dal mio sguardo.

 

Impressioni, pensieri, fantasie

ed io… scrivo.

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