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Sala Lettura – Giugno 2018

Ogni mattina al mio sorgere

smette di piovere

 

Poi ricordo che la pioggia è buona

 

Allora piango

 

E piove

 

Allora faccio una lunga passeggiata

chiudendomi fuori

 

Poi torno per raggiungere la meta

 

Poi torno per rischiare

 

Poi torno in me

è qui che si rischia e si ride

 

Qui

da me

si tace e si dice che si tace

 

Ogni sera al mio tacere

smette di piovere

La notte divoratrice e non madre dei sogni, strappava fotogrammi di vita lasciando sanguinare i ricordi rimasti aperti.

Solo l’orologio a muro rompeva il silenzio, mentre gli occhi cercavano tra le crepe del soffitto un’imperfezione nell’intonaco capace di ricordare un sorriso.

Pensò che le lancette non si incontrano mai.

Hanno velocità diverse l’una dall’altra, peso differente, una lunghezza che le caratterizza, e continuano il loro cammino sfiorando i numeri più o meno volte durante il giorno che insieme scandiscono.

Ognuna avanza, noncurante delle altre, anche se il loro movimento è solo parte di un meccanismo ben più grande.

Per questo le lancette non si incontrano mai.

Perché non sanno aspettarsi, non riescono a cambiare velocità, non sanno cosa significhi saper tornare indietro.

In fondo lo fanno anche le persone, quando avviluppate nelle proprie vite camminano, corrono, arrancano o si arrampicano, come se ogni loro movimento fosse slegato da quello di ogni altro essere vivente.

E come lancette, le persone non si incontrano mai.

“Pioggia” pensò aprendo le persiane, “continua a piovermi dentro, e nonostante tutto i rami di questo cuore continuano a lasciar cadere le foglie.”

Tra gli specchi eleganti

Si sussegue un’immagine

Distorta.

Due cuori battono

Nello stesso petto

Generano illusione e amore.

Un braccio regge un vestito

Nero di donna.

Una mano copre quattro occhi.

Contemporaneamente.

Sogni.

Quando le parole si plagiano in realtà,

illudono il senso,

ingannano il reale e

forgiano in tangibile

ciò che è fittizio, evanescente, onirico;

io vivo.

Trovo aria di cui respirare

senza accorgermi di perdere ancora sangue.

Posso impazzire?

Forse,

se mi considerassero pazza,

riuscirei finalmente a vivere

e non

a fare finta di vivere…

Stanotte le stelle

ondeggiano

fra le increspature

dell’acqua

il dondolio delle luci

è accompagnato

dal sottofondo sonoro

lieve e cadenzato

della risacca

ed è una carezza per l’anima

i piedi affondano

e lasciano impronte

destinate a sparire

lo sguardo si alza

e incontra la luna

e per un tempo

che non calcola il tempo

è lei e tutto questo

a lasciare un impronta

indelebile negli occhi.

Che ci posso fare.

Mi piacciono le ragazze eleganti.

Le ragazze dolci.

Quelle che hanno stile.

E un bel po’ di intelligenza.

Mi piacciono le ragazze Proustiane.

E come sono le ragazze Proustiane?

Be’ sono quelle ragazze

che non esauriscono mai

la capacità di interagire

con quel puzzle enorme di dubbi

e di domande.

Quelle che ti svelano

ogni giorno

nuovi significati.

Quelle che ti mostrano

ad ogni risveglio

nuove qualità.

Ma la ragazza di cui vorrei parlarvi

in questi versi

non è solo Proustiana.

Diciamolo:

è proprio uno schianto.

Occhi neri, capelli neri

sguardo intenso.

E fin qui va bene, direte voi.

Che sarà mai.

Il modo in cui si muove.

Il modo in cui parla,

il mondo in cui agisce.

Uno spettacolo.

E non si paga il biglietto,

come direbbe Bukowski.

La sua bocca, poi.

Dio, la sua bocca.

Mi immagino di tutto.

Ogni sapore esistente in natura.

Già lo so.

Che sa di fragola di panna di vaniglia

di amarena nocciola e pistacchio.

Solo a rigirarmi tra le labbra

il suo nome,

sono ingrassato di tre chili.

Però son tre chili

messi al posto giusto.

Tutti qui.

Tutti sul cuore.

Sarà il mondo che corre

o io che vado troppo lenta?

C’è chi non sopporta quello che è sentimentale

se esistesse, prenderebbe qualche anticoncezionale

ma dopo cinque dieci cento birre dal bancale

“Non è che non ti amo, è che ho paura di star male”

dite “l’amore vi fa perdere la testa”

a esser sincera credo più nella reazione opposta e inversa

che a cercare di levare sempre un po’ di luce al sole

dopo tutto è quel controllo che fa perdere l’amore.

Non credere a chi dice:

“non provare sentimenti

esistono soltanto doppie facce e tradimenti”.

Di rispettare i limiti e star dentro certe soglie

non lo sanno che anche il ghiaccio

se lo stringi poi si scioglie?

Non c’è cosa peggiore che si può sentire dentro

di quel peso vuoto che ti fa sentire spento.

Al tuo dolore non cercare un sedativo.

Se sanguini è solo

perché sei ancora vivo.

Le gambe lì,

allungate sul Tavolo

e guardo oltre mentre sorseggio del vino.

Non ho richieste in questa tarda serata

che mi si appoggia addosso

mentre si rincorrono ombre che attraversano i muri di questa stanza.

C’era un tempo che ogni cosa sapeva di nuovo,

che ogni raggio era il primo

e ad ogni luna contavi il suo quarto.

C’era un tempo che aspettavi domani

perché era ancora a venire

e un tempo per cose da fare.

Oggi è così che guardo scorrere i tempi andati:

seduta, allungando le gambe

tra un sorriso accennato

e gli occhi oscurati….

E brindo a quel Tavolo che accoglie i miei istanti.

Perché madre

Perché mettere al mondo

Le tue creature

Per poi mostrare loro

Il tuo pavido tremore

Ad ogni calar della sera

 

Perché padre

Perché esser padre

Senza aver mai saputo

Chi ti ha messo al mondo

 

Perché sorella

Perché dirti sorella

Perché fingere amore

Più di quello che hai per te

Se più di quello non hai

 

Perché famiglia

Che ferisce che spara che spaventa

Che fa sanguinare l’anima

E sentire il vuoto dell’aridità

 

Perché figlia

Perché abbracciarti ancora

Se non posso prima

Morire e rinascere

in te

A volte senti qualcosa tra le dita

un bisbiglio

il mancamento di una virgola

l’ansia di riprendere la parola il verso

e senti il nodo nell’anima che lega stringe e taglia

e aspetti si sciolga

e non sai né quando né come

e poi perché dovrebbe?

E poi sì, risale lungo le rive dell’inquietudine

del silenzio avvizzito

morto spento intirizzito

fino ad esultare

acclamante

e avviene

solamente avviene

e l’accogli come la neve la pioggia o il sole

come l’amore e

ti arrendi

scrivi

scrivi e basta

Le vostre paure tatuate sul corpo

Le vostre impressioni di settembre che ad agosto si abbronzano

E ad ottobre hanno freddo

Le vostre imprecazioni formali

Le ali e i maiali

Il pianto fiorito e il riso asciutto

I gabbiani di un tramonto pubblico

I gabbiani sulle discariche personali

Gli storni da guano che volteggiano come onde

Le onde del vostro destino

Il mare in declino

L’inchino regale e il principato virtuale

Il principio virale

L’amato e l’amarezza

L’amarena variegata

Le nuvole di panna e la pioggia acida

La vostra mancata ruga

E la vostra crepa fotografata con troppa luce

La vostra strategia

E la stregoneria

I pensatori e il carpe diem

Le capre i cavoli

Le merende e le orge

L’uovo oggi la gallina domani

Il progresso senza processo

Il processo alle intenzioni

Le intenzioni banali

I bannati e le dee bendate

Le impennate nel vuoto

E le cadute a picco

Il picco di interesse

Il tasso dell’ impresa

Il disinteresse e il se fosse

Il sé il se il ma e il però da lasciare da solo

Il solo tu e l’io solo

Il volo e il suolo

Il dolente mio incedere

L’incessante tuo dolore

Le falle le palle le corde strette

E le spalle larghe

Le maglie strette con la serpe in seno

Il seno procace e l’occhio sagace

Le intese le imprese

Il solito ignoto e la ricerca del noto

Le note nei canali

coi pesci che le guardano boccheggianti

Le bocche gonfie di parole rinnovabili

Non voglio più essere senza sorprese

Non voglio più quello che so

Desidero dire “non voglio”

Perché “voglio” è stancante

Voglio essere meno di zero

per non dover contare fino a cento

 

(Che io sia di questo posto, solo libero)

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