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Sala Lettura – Dicembre 2020

La mano fiera e possente

Di un guerriero della terra,

Che ha smosso e scosso

Per la sua famiglia.

 

L’occhio calmo e sempre presente

Di un animale sicuro e vigile,

Che ha rasserenato e dato forza

Per la sua famiglia.

 

La lingua silenziosa e saggia

Di una spada pronta e nel fodero,

Che ha catturato l’anima ad ogni intervento

Per la sua famiglia.

 

Il cuore gentile e determinato

Di un uomo di altri tempi,

Che ha sorretto pesi indicibili

Per la sua famiglia.

 

Ora che sei terra e Terra, pervadi

Le fibre di ogni nostro pensiero

E da lì ci darai forza,

Dall’angolo più dolce del nostro cuore.

Voglio scrivere la storia che nessuno ha mai scritto.

Scrivo la storia dell’uomo che vuole scrivere la storia che nessuno ha mai scritto.

Non è questa.

Io voglio scriverla e dunque non sono del tutto vero, la scrivo in onore della forza della volontà, non è la mia verità e non è la mia storia.

Voglio comunque scriverla perché tanto la mia verità l’ho già scritta altrove.

Voglio comunque scriverla ma lei non vuole farsi scrivere.

Scrivo allora la storia di una storia che non vuole farsi scrivere, e dell’uomo che scrive la storia che non vuole farsi scrivere.

Scopro che in tanti modi è già stata sempre scritta.

Cerco tutti i modi in cui non è stata ancora scritta.

Scrivo la storia dell’uomo che cerca tutti i modi in cui questa storia non è stata ancora scritta.

Trovo un solo modo, è questo.

Cerco tutti i modi per raccontare che ho trovato un solo modo ed è questo.

Trovo un solo modo per raccontarlo.

È questo.

Briciole, non posso lasciarti nient’altro.

Ho troppa fame.

La penna che abbraccio con due dita è cenere sdraiata sulla porcellana.

Le ringhiere tagliano l’orizzonte, l’orizzonte è un cortile quaranta metri più in là.

Il Super Tele sfida il sole, un piede vecchio dieci anni lo calcia in alto.

Per un attimo è l’eclissi, poi il pallone ricade, rimbalza, ma lo stesso piede di dieci anni e qualche secondo ci riprova.

La porta aperta, i suoi capelli neri e lunghi, il suono della minestra di patate cipolle e carote cade nel piatto.

Dopo torno, ma ora devo andare.

Dall’altra parte del mondo la parte di mondo che non conosco sta gonfiando accumulatori.

I capelli corti e neri, tuta blu, minestra di patate carote e cipolle per pranzo.

Il baracchino nello scaldavivande brontola, il suo stomaco pure, la sirena non ha suonato, non può ancora mangiare.

Buona la minestra.

Devo andare a controllare, chissà, il Super Tele potrebbe vincere di nuovo.

Mi guarda mentre lava i piatti e dice che devo lavare le mani e la bocca, è ora di riposare.

Non voglio adesso, dopo, non sono stanco.

Va a lavarsi le mani, il grasso scende nel lavandino, può mangiare, la sirena ha suonato.

Vorrebbe riposare.

Adesso no, forse dopo.

Sogno il Super Tele.

Lava i piatti, precarica le sacche da venticinque litri, spolvera la credenza, prepara il bancale, è stanca, è stanco.

Io sogno il sole le ringhiere e il Super Tele.

Briciole, non posso lasciarti nient’altro.

Ho troppa fame.

Vorrei raccontarti tutto, davvero, ma ho fame.

Una fame vecchia come i bambini che non smettono di ricordare.

E vorrei finire di raccontartelo questo ricordo, davvero.

Ma voglio ti resti la fame.

Nelle nostre parole

iniezioni di paura

i gesti di affetto

come armi letali

 

È l’era della distanza

non toccare nessuno

proteggilo dal male invisibile

che potrebbe viverti dentro

 

Ma un giorno arriva lei

con il suo sorriso di sempre

quello morbido che ha inventato

proprio per me

 

Ma poi arriva il suo

gesto rivoluzionario

le sue braccia mi dicono

sfidiamo il timore

per conquistare la vita

 

È tutto qui il senso

è tutto qui il coraggio

è l’incapacità di resistere

a un abbraccio

Vivo di un bianco sentire

ovattato da una fine coltre

di fredda sensazione

a riparare l’anima mia

 

Vivo di un muto sentire

ché le parole sono volate via

in questo gelido vento invernale

dove non so

se è stagione

o cuore

 

Le montagne

sono screziate cornici

che rompono l’orizzonte

 

Spezzo questa giornata

camminandoci

pesantemente sopra

Dovrei scrivere, dovrei scrivere di cosa passa attraverso i luoghi e il tempo, di cosa ci faccio qua appesa ai giorni, di come il cielo grigio invade il mio umore, e di perché, perché le cose mutano senza che me ne accorga, a volte non le sento. Ma non me ne voglia l’Esistenza, se mi stanco e di ripetermi in questa giostra, mi mortifica e mi annoia.

Forse c’è un luogo che accoglie i pensieri scaduti, quelli che non tornano se non li cerchi e che tornano se li dimentichi.

Ma vabbè, domani, anche oggi sarà già ieri, e mi sembra che non sia accaduto nulla, mi sento trasparente e la danza di ombre e luci mi attraversa ed io immobile ancora non mi addormento.

E quindi ecco, è davvero inutile, dovrei spiegarmelo che a rincorrere la notte e il giorno rischio l’immobilità, e poi cammino e guardo sopra, lassù chi corre son le nuvole che disegnano presagi, che parlano d’infanzia e scolpiscono memorie, sì, come un giorno che ho creduto fossero cadute al suolo e che tutto fosse ormai perduto.

Ma già, che sto dicendo?

In fondo nulla di quel che davvero vorrei dire, ma i giorni son per questo ancora a venire per protrarsi tra la sabbia, nella clessidra capovolta, che cade e si rigira e ancora, ancora come prima.

Ognuno ha il suo ritmo

 

la scia di un miracolo

tatuato sulla pelle

 

una speranza indistruttibile

 

un’assenza

una persona cara

lacrime da versare

 

Siamo molto più di un numero

siamo storie destinate all’eterno

siamo amori indimenticabili

 

ognuno ha il suo cielo

e altezze irraggiungibili

da acciuffare

 

ognuno ha una follia cara

da assecondare

 

I bambini che siamo stati

urlano per rifiorire

al cospetto

 

di noi adulti rassegnati

 

È quando vincono i bambini

che il mondo cambia

 

Il cuore non ce lo potranno mai

rubare

 

Nessuno riuscirà a soffiarci

questa nostra ostinata voglia

di rimanere nel profondo

incalliti sognatori.

“Da quando vieni qui

non hai sorriso mai”,

mi dice lei

col suo camice bianco.

 

Ma cosa ne sa lei.

 

Come si può sorridere

di fronte a tanta fragilità

che ci circonda e ci confonde.

Fragilità dentro,

fragilità fuori.

Corpi gracili,

vite sottili,

impigliate

in un volo senza ali

che fa precipitare

in abissi senza fine,

senza desideri e prospettive.

 

Un viaggio a ritroso

fino a svanire

in una trasparenza che lascia nell’impotenza.

 

Che ne sa lei dei miei sorrisi

quelli che solo tu conosci.

Quelli che restano ancora un po’

quando vai via

e quelli che attendono te

per tornare a rifiorire.

 

E allora diglielo tu

che io sorrido.

Diglielo tu che so essere felice

con te

quando mi risollevi dall’abisso

dove anch’io spesso finisco

e mi conduci per mano

in luoghi meravigliosi.

 

È lì che conosco la vera leggerezza,

quella dei pensieri.

Ed è a voi, anime fragili,

che la vorrei donare

insieme a delle ali

per poter volare.

La notte è l’ultimo abito

di questa umanità

ferita, elegante.

La notte è l’abito buono

per onorare il pianto, l’attesa.

Tra i merletti ruvidi tenuti

tra le mani va in scena

il pianto degli uomini,

la nostalgia delle trine bianche

cadute da un armadio,

finestra spalancata

sull’azzurro del mare.

Ho una Mito dell’Alfa Romeo, un’auto di media cilindrata e di medie dimensioni. Onestamente, non sono brava a parcheggiare e ho difficoltà quando lo spazio a disposizione non è granché.

 

Quella volta il parcheggio era quasi saturo, l’unico posto vuoto che avevo trovato, dopo un interminabile avanti e indietro tra le file a pettine, si trovava tra due Suv giganteschi. Roba da deserto del Sahara, che in città serve solo ad ostentare la propria, vera o presunta, agiatezza.

 

Così m’infilai in quel pertugio, naturalmente non al meglio, dato che non riuscivo neanche ad aprire la portiera e il sedile accanto era occupato da due pesanti scatoloni, che m’impedivano di usare l’altra portiera. Perciò mi toccò di rifare la manovra, uscendo abbondantemente per prendere meglio le misure.

 

Avevo appena inserito la retromarcia, quando una Smart s’infilò rapida nel varco, lasciandomi letteralmente di sasso. Abbassai lesta il finestrino e gridai al conducente, che intanto era già sceso dall’auto, che quel posto era mio e che avrebbe dovuto accorgersi della retromarcia inserita.

 

Che vuole che le dica…”, mi rispose, “…per me lei stava andando via. Si cerchi un altro posto”. E s’avvio lungo il parcheggio senza neanche darmi il tempo di rispondergli. Fu un attimo. Dalla retromarcia passai alla prima, poi, accelerando e sgommando, alla seconda e, prima che se ne rendesse conto, lo feci volare fin sopra il tetto di uno dei Suv. Gli occhi vitrei fissavano dall’alto la sua Smart.

Mi disturba

il rumore del mondo

le mani inutili

che incombono

sulle mie danze sciamaniche.

La storia è vecchiume

che tace,

il passato una giovane malinconia

che ispira:

non cedo il marchio immemore

del forestiero,

non c’è prezzo per un’anima

se anche un diavolo ti vende la sua.

La mia solitudine

gravida di canzoni giace

sparsa fra le vostre ossa ma

ma ciò che mi spetta

di ossa e canzoni non è abbastanza:

per questo parlo, perché

lassù qualcuno mi ama

quaggiù qualcuno mi cerca,

così tra loro il mio tacere è

il silenzioso confine

di quell’attesa sensuale

fra il silenzio

e il rumore del mondo.

Restava a guardare il mondo sfrecciare con impazienza su strade umide

Lei sentiva il cuore di tutti uscire dal petto e correre più veloce di un fuoristrada

Guardava il suo interno specchiarsi su ogni vetro su ogni goccia

Vedeva da una parte i suoi doni

dall’altra le paure da superare per raggiungerli

Una vecchia le passa accanto spingendola e sorridendo poi

di tale umiliazione

Così quell’ignoto passante le mostra la ferita profonda da affrontare

La sente brillare

Vede i suoi doni al di là dell’asfalto

Forza coraggio volontà tutti seduti sulla panchina di sosta fermi lì da sempre

In mezzo a dividerli la strada trafficata

e impaziente e pazza

E lei non era pazza semplicemente folle semplicemente viva

Nessuna striscia pedonale

nessun semaforo nessun permesso

Attraversò senza timore l’asfalto come passare dentro ogni auto

con forza sapiente e dolce

rinacque prepotente come pianta officinale

tra le crepe di un marciapiede

ricongiunse finalmente se stessa

Sei tu

che cingi il ciel

di rubino al vespro.

‘Sì come madre

con occhio

tra il rosso e il bianco

m’entri dentro,

mi leggi con pupilla nera

e mi colori

d’azzur l’amore

e il moto interiore

prima della più scura

vetusta sera.

Di calamo è la tu’ puntura

al cor,

a volte mesta, a volte fiera

che mutua

questo dolor

nel momento stesso

che la mia mano corre muta,

e il foglio di cruda emozion

s’impressa.

Dorme sordo

sotto coperta

di virgole e punti

tra le parole,

lontan dalla greve interna ressa.

Mi vesto ogni nuovo giorno

di parole antiche.

Amore, amicizia, onestà, correttezza, dignità, fiducia, rispetto, pazienza, calma e gratitudine.

Parole sulla bocca di tanti,

ma nel cuore di pochi.

Parole conosciute da tutti,

ma usate il più delle volte impropriamente e indegnamente.

Parole che insegnano.

Parole che segnano con inchiostro indelebile

l’anima di chi crede ancora nella forza e nella bellezza di un sorriso

e di un fiore che sboccia nonostante le avversità.

Quando le cose

perdono il loro peso,

ti sei guadagnata lo spazio.

Un cerchio intero di gioco.

Là dentro sei inattaccabile.

Le persone all’infuori

deformi di normalità

guardano allibiti.

Ti trovi estranea

alla loro somiglianza

con un modello fatto a timbro.

Il tuo colore esce dai bordi.

Ribelle disegno.

Nessun foglio ha potuto domarti.

Adesso che puoi giocare

a fare la bambina felice

hai macchiato le pareti

e tinto i vestiti di allegria,

pois di cielo e merletti bizzarri.

Stranamente felice.

Finalmente ti sei trovata.

Senza Peso.

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