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Sala Lettura – Aprile 2020

Eravamo preparati a questo?

No, figlio, non eravamo preparati

Nessuno lo è mai. 

Sarà un’altra pagina di storia

Da aggiungere a volumi futuri

Fatti di pagine e pagine. 

Pagine che parlano di persone 

Come noi 

Che non erano preparate, 

Ma che quella storia 

L’hanno scritta

Col sangue, col dolore, 

Con la fame, con la paura, 

Con il coraggio, con la morte. 

Ma tu guarda attentamente, 

Soffermati ad immaginare. 

Tra le righe, vedrai 

Cuori pieni d’amore,

Cinguettii, 

Seni pieni di latte, 

Profumo di pane sfornato, 

Cose buffe per le quali ridere, 

Abbracci e baci

Tramonti 

Fiori e carezze, 

Specchi dentro i quali compiacersi, 

Arcobaleni 

Nonni e nipoti, 

Sere d’estate 

E favole, raccontate da un padre

Alla figlia, fino a quando, 

I suoi occhi si saranno chiusi. 

Guarda bene figlio

Dentro quelle pagine, 

Ci sono vite vissute

Nel bene e nel male. 

Nessuno di noi era preparato, 

Stiamo solo vivendo 

La nostra pagina di storia. 

All’improvviso 

Il tuo mondo si è sciolto 

Come neve al sole

E hai dovuto costruirtene 

Un altro, pazientemente. 

Ora sei una giovane pianta

Racchiusa in una serra. 

Tornerà il tempo in cui

Ti farai scuotere dal vento

Bagnare dalla pioggia

Riscaldare dal sole. 

Il nostro stare a casa,

Non è nulla

Se non un vivere

Il nostro tempo 

Il nostro spazio

Il noi stessi. 

Prova a trarne insegnamento. 

Io ci sono 

Con il mio sguardo 

E il mio abbraccio 

Lungo una vita. 

Siamo ancora distratti come tempo fa

Intoccabili disarmati perseveranti

Io e te i nostri spazi di inadeguatezza

Message in a bottle, Reggatta de blanc

Accumulatore seriale di veleno

Ho smesso di dormire di bere di fumare

Alle tre spalanco gli occhi e mi spengo piano piano

Virus Jet Lag vedo la Highway a bordo di una Shelby

Un deserto bianco qui i giorni non passano,

Si raggiungono.

Oggi e domani sono solo un tempo in cui dormirci su avevamo fretta

Adesso abbiamo solo vuoti come bolle di metano pronti a esplodere.

No, grazie. Non fumo. Ho acceso una Marlboro solo per contraddirmi un’altra volta.

Tu che fai?

Quello che ho sempre cercato

è solo quel verde riflesso,

adesso lo so.

 

Cerco i tuoi occhi,

quella luce che avevi,

quel lampo di orgoglio

che avevi quando mi guardavi:

vaso prezioso, raro arabesco.

 

Il futuro: una scheggia

nelle mie mani,

la vita: una sicura

aspettativa.

 

Mai più nessuno

mi ha così vista,

ed ora brancolo

cercando l’impossibile,

 

quelle pupille carezzevoli e

quello sguardo fiero,

l’amore più accogliente,

l’osmosi di un affetto,

complicità tenace

malgrado i toni alti,

riferimento certo,

confronti mai banali.

 

Ma

da quando ti ho lasciato andare

sono più serena

 

sei ancora nei miei pensieri,

direzione delle mie decisioni,

confronto dei miei dubbi,

amore e tenerezza

conforto e ribellione.

 

Semplicemente

ho detto al dolore

che era giunto il momento

di andar via

 

Perché volevo ancora gioire

perché volevo ancora godere

e il dolore egoista

non me lo permetteva.

Cerchi verità

trovi parole

mentre gli uccelli

continuano a contrastare

la forza di gravità

in un cielo

che accoglie i nostri quesiti

clemente e comprensivo

 

Cerchi parole

trovi verità

senza risposte

le tue domande

continuano a vivere

moltiplicandosi

e generando riflessi

 

Solo il cielo sa

aprire lo spazio

a chi ha la forza

di agitare le sue ali

In mezzo alla

landa più conquistata e

più bruciata del mondo

tra minacce spaventose e ridicole

 

Ho colto un fiore d’eternità

 

Ora viviamo

spostando l’amore

 

Chiamati

siamo giunti

non sta più dove stava

 

Sottratti al tempo

siamo lingua d’attraversamento

fortuna

 

Tanto manca nulla manca

 

Chi salva il tuo cuore

ti ha salvato tutto intero

Ho chiesto al silenzio di raccontarmi la verità.

Stanno abbassando una serranda da qualche parte.

L’ombra di un corvo corre in cortile, dentro un rettangolo che il sole ha rubato alle ombre.

Foglie nuove di un vecchio tiglio.

Il fumo della sigaretta mi dice che l’aria si muove, dice “Ti ammalerai”, rispondo che la peggior malattia è non aver vissuto.

Qualcuno batte con un martello, mi alzo dalla sedia, lo cerco con lo sguardo, non lo trovo.

Le sue mani sono da qualche parte, la parte che mi spetta si riduce al suono che stanno creando.

Sono fortunato, a destra e sinistra mi stringe l’abbraccio dei palazzi, ma davanti ho gli alberi, dietro di loro c’è il fiume che amo.

La signora da cui compriamo il pane è laggiù, oggi la panetteria è chiusa, sta stendendo grembiuli rossi.

Ne conto undici.

Sono troppi per una sola persona, probabilmente li lava anche per le due ragazze che lavorano con lei.

Sorrido.

Lontano da qui le ruote di una macchina diventano la voce della strada, o forse è la strada a dar loro una voce.

Sono vivo.

Ho chiesto al silenzio di dirmi la verità.

Ho sentito che la sua essenza è il rumore, quel rumore mutato nelle parole che stai leggendo.

Probabilmente in silenzio.

Lo trovo stupendo.

In questo preciso istante sono con te, anche se le distanze raccontano un’altra storia.

In questi giorni ho capito meglio qualcosa di me.

Ad esempio, perché normalmente non mi fermo mai.

Sempre sopra le mie forze,

oltre le mie energie.

Sempre pronta ad

ascoltare tutti,

accontentare tutti,

fare,

andare,

scendere,

salire,

portare,

prendere…

E sorridere,

sorridere sempre!

Magari gli occhi piovono emozioni,

ma il sorriso non può mancare mai.

Ecco, non posso permettermi pause.

Sì perché, quando accade, come forzatamente in questo momento,

vengo sopraffatta dalla tristezza e dalla malinconia.

Non che normalmente non pensi o rifletta,

quello lo faccio sempre,

ma l’azione e il movimento mi portano a

contenere questa voragine senza fine che racchiudo e contengo.

Ecco a cosa devo stare attenta:

a non essere inghiottita.

Da me.

Sono stato ingannato

qualcuno mi ha sorpreso

ho perso, e qualche volta

ho vinto

ma non si sa mai

quale partita giochiamo

lungo le strade del quotidiano.

Tutti sono bravi a nascondere

qualcosa, io no

mi si vedono i sentimenti

e fatico a mostrar rabbia,

eppure non mi dispiace:

non ne ho quasi mai voglia.

Quello che mi fa felice

è sentire il rumore

della chiave che gira,

e la porta che si apre.

Sei tu

che mi lasci vedere

la luce

sei tu

che mi regali sorrisi

e un nuovo senso

per queste vecchie scarpe consumate.

Non so bene dove vado

ma so che mi piace

il percorso che porta

a te.

Ormai è banale

dirti che ti amo:

so che senza di te

continuerei a vivere.

Certamente, lo farei

respirando di meno,

con qualche nuvola

sopra la testa,

e con le gambe

molto più corte.

Rimpiango

le istantanee mai scattate.

Quel viso

quasi non lo ricordo più.

Ma ricordo il calore

i sacrifici

la dedizione.

Proteggimi dall’alto.

Guidami come fai sempre

con la luce dell’amore.

Finché mi starai accanto

so che andrà tutto bene.

L’umanità in letargo.

Ha rallentato i battiti.

Le funzioni.

Respira con il fiatone.

Rigurgita acido.

Vomita veleno.

Dorme le ore

allo spuntare dell’alba.

Di notte sta sveglia.

Pensa.

Accartoccia fogli

setaccia progetti.

Sogna

per non morire.

Ama

per vivere.

Parla

per esistere.

Abbraccia l’aria

che sembra in fuga

ma nasconde dentro il mondo.

In mutazione

aspettiamo di vedere

la bestia

muovere i passi

fuori dalla tana.

Alanis si svegliò di buon mattino; aveva davanti una giornata molto intensa. Si tirò su in fretta, fece colazione, indossò tuta e guanti, e come tutte le mattine aprì il collegamento.

Aveva fatto di nuovo quel sogno, stavolta nitido e potente.

Ed ogni volta che lo faceva al risveglio si sentiva strana… come se qualcosa mancasse.

Come se tutto fosse sbagliato.

Una sottile lama di luce filtrava dalla finestra, disegnando piccoli arabeschi sul lucido ripiano del tavolo.

Il silenzio era intorno a lei, come una patina sottile che permeava ogni cosa.

Il silenzio era dentro di lei.

Alanis era un chirurgo, ed era molto brava nel suo lavoro, la migliore.

Quella mattina erano in programma diverse visite, ed alle undici aveva un intervento molto delicato.

Concentrata e solerte Alanis si occupava dei suoi pazienti, spiegando loro con voce chiara e linguaggio semplice e comprensibile concetti difficili e tecnicismi, rendendoli comprensibili e alla portata di qualunque interlocutore.

Le ore passavano veloci, alle undici puntuale Alanis si ritrovò con l’équipe medica che l’avrebbe supportata nel delicato intervento che doveva compiere.

Ed ecco che l’intervento ebbe inizio: fortunatamente l’équipe era molto affiatata.

Le sue mani si muovevano veloci e precise, il volto concentrato, il ronzio dei computer l’unico suono a rompere il silenzio.

Era ormai l’una quando terminarono. Tutto bene, fortunatamente.

Alanis si sfilò i guanti e li appoggiò sul ripiano.

Con le dita affusolate si massaggiò le tempie.

Il silenzio era intorno a lei, dentro di lei.

Il silenzio gridava, il silenzio le graffiava l’anima.

Ora di pranzo.

Uno spuntino veloce, aveva poco tempo e tante cose da fare.

Pillola gialla o pillola verde?

Mise su un po’ di musica, perché non sopportava più quel silenzio.

Quel silenzio ostile che permeava ogni cosa.

Quel silenzio che affondava le sue lame nella trama dell’ esistenza.

Giorni, mesi, anni.

Lo scorrere del tempo, sempre uguale.

La solitudine aggrappata alle sue viscere come un cancro.

Meglio non pensare, meglio non essere.

Pillola rossa o pillola bianca?

La giornata continuava a scorrere via.

Appuntamenti, incontri, discorsi… che differenza poteva mai fare?

Eppure…

Eppure, pensava a volte Alanis, deve esserci stato un tempo in cui la vita, il mondo, ogni cosa era differente.

Un tempo in cui potevi uscire all’aria aperta per le strade, sentire il sole sulla pelle. Incontrare, davvero, altre persone, poterle toccare, sentirne l’odore, senza limitazioni, senza mediazioni.

Pensieri pericolosi.

Pensieri proibiti.

Pillola rosa o pillola oro?

Rosa.

Prima che quella piccola spia blu inizi a lampeggiare.

Prima che la Sanit security prema quel dannato pulsante e la scolleghi dal mondo.

Cena con Damien (suo figlio, le dicono)…

Nato da una provetta, cresciuto in una teca. Come tutti, da sempre… o no?

Quel figlio mai toccato. Non realmente, almeno.

Non senza la mediazione di quel dannato guanto.

Alanis prese la sua pillola. Quella rosa, sì…

Quella rosa.

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