Pollicino

Non ero il più piccolo di sette fratelli, ero solo l’ultimo di sette generazioni di altre sei che avevano fallito.

E non è vero neanche che i miei genitori mi avevano disperso nel bosco per una carestia. Io me ne sono andato da casa a cercare nel Bosco Sconosciuto, la terra che non ha strade segnate, il mostro che abitava nello scuro della mia anima. Di padre in figlio ci siamo passati la stessa paura e ora toccava a me incontrare l’orco, dovevo conoscerlo, accettare la sua ospitalità, mangiare al suo tavolo, dormire sotto il suo tetto e impedite che mi divorasse.

L’orco era cieco, avrebbe cercato la mia testa nel buio e per distinguerla da quella di sua figlia le aveva posto in capo una corona. Io ero diverso da mio padre, da mio nonno e dagli avi che mi avevano preceduto. Io ero un ladro e solo i ladri possono ingannare l’orco. Perché i ladri non hanno paura, non quella che annichilisce almeno, i ladri hanno la paura che induce alla lotta, quella di chi rischia di perdere tutto per poter avere tutto.

L’orco dentro di me non avrebbe mai fatto del male a ciò che in me era femminile, mentre invece combatteva fino alla distruzione la sua parte maschile così rubai la corona messa in capo alla piccola orchessa, lei fu divorata quella notte e io scappai con il tesoro e gli stivali che correvano come il vento.

Quando tornai a casa libero e ricco non avevo salvato me solo, ma anche le sette generazioni che mi avevano preceduto.

Si fece una grande festa.

Mentre nel Bosco Sconosciuto, che in alcune lingue si chiama Inconscio, l’orco trovò la strada per uscire dalla sua condizione e vivere in pace con la gente del villaggio.