Il sapere scientifico: una delle possibili letterature

Il sapere scientifico è un sapere fine, tagliente, lampante, “logico” a suo modo, fino allo stremo forse e tanto che proprio per questo a un certo punto la logica cede il passo alla singolarità del caso e l’eccezione diventa la regola, infatti cambiando le coordinate, lo stesso fenomeno ci dà risposte differenti.

Quindi in molti casi e in molti contesti è appropriato dire che la scienza non ha molto a che fare con la logica induttiva, anche qui con le dovute eccezioni che dipendono anche dalla definizione che diamo di scienza, essendo la scienza scindibile appunto in molti rami. E a ciascuno dei quali sia il metodo induttivo che deduttivo hanno dato un fondamentale contributo. Ha molto di più a che fare con la logica deduttiva, specie nelle indagini scientifiche che scrutano un mondo sempre più microscopico, singolare, unico… ma il filo di qualunque logica si perde nella continua capacità di reinventarsi della Natura e del suo manifestarsi. Insomma è un mistero che si amplia microscopicamente e macroscopicamente. Che pulsa. Batte come il cuore di un bambino ancora in grembo: il cuore è dotato di quel cosiddetto automatismo cardiaco, che gli permette di battere anche in assenza di un sistema nervoso completamente sviluppato, e senza il suo intervento.

E come nel mito degli eroici furori di Bruno, ecco che il sistema nervoso in questo caso “non sufficientemente sviluppato” diviene Attenone, che cerca di scrutare la Divina Bellezza del cuore: la Diana (Il Mistero) del medesimo mito riportato da Bruno. La quale cela in sé qualcosa al di là dell’umana comprensione.

E come riferiva anche Ungaretti: la scienza non fuga i dubbi, non svela misteri, “la scienza amplia il Mistero, lo estende.”

Sì. Per questo la scienza non è in verità scissa dalla letteratura. Perché cos’è la letteratura, se non la necessità dell’uomo di dare una lettura del mondo, un’interpretazione dei fatti?

Lo stesso fa praticando la scienza ma senza gli espedienti ancestrali del mito, senza la parabola. L’interpretazione del fatto scientifico è chirurgica, tagliente, midollare;

ma è pur sempre frutto di una lettura intellettuale che si fa guidare dalle lenti pulite dell’empirismo e dalle condizioni specifiche entro cui quel fenomeno si muove, che diventano le chiavi d’elezione della lettura del fenomeno stesso.

Senza la nostra capacità di “fare letteratura”, di interpretare, e di inventare in un certo senso, non sarebbe possibile alcuna scienza (da scio, “sapere”). Non esisterebbe il metodo scientifico, ovvero “una lettura empirica del mondo”, una delle possibili letterature. Quella a cui affidiamo l’interpretazione dei fenomeni fisici.

La scienza è un insieme di fatti, e in quanto tale, ogni fatto che la riguardi è suscettibile di interpretazioni e letture, che variano come deve variare la chiave abituata ad aprire una serratura conforme, quando entra in contatto con una non più conforme, e quindi non capace di produrre senso logico in quel contesto (un senso che non si adatta bene a quel tipo di logica: avendo ogni cosa una propria logica, perciò non rispondente alla logica).

Che non schiude cioè un nuovo mondo.

La tua capacità di immaginare è una scienza, nel senso che crea sapere.

Così è stata possibile la nascita della fisica quantistica: dalla concezione della doppia natura dei fotoni: quella particellata e quella ondulatoria. Di energia ceduta in quanti e al contempo misurabile in onde, con lunghezze, frequenze, creste.

Questa capacità di doppia veduta ha schiuso le finestre su un nuovo modo di osservare la realtà. E la realtà è cambiata da quell’angolazione. Si è ampliata allargando il nostro sguardo. Mentre è rimasta e rimane sempre la stessa di prima, se ancora la guardiamo dal cantuccio in cui eravamo, prima di immergere lo sguardo dentro un caleidoscopio, come bambini meravigliati dinnanzi al nuovo Mistero.